Back

Seduta del 9/3/2005


Pag. 3


...
Esame testimoniale di Cesare Pucci.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'esame testimoniale del generale Cesare Pucci, al quale faccio presente che egli è ascoltato con le forme della testimonianza, quindi con l'obbligo di dire la verità e di rispondere alle domande del presidente e dei commissari che intenderanno intervenire.
Generale, le comunico anzitutto che siamo in seduta pubblica, il che significa, in sostanza, in collegamento con la sala stampa. Qualora lei intendesse fare dichiarazioni


Pag. 4

che ritiene debbano essere segretate o qualora le domande della Commissione dovessero implicare una risposta da segretare, chiuderemo il collegamento.
Le chiedo, adesso, di fornire le sue generalità.

CESARE PUCCI. Mi chiamo Cesare Pucci e sono nato a Lucca il 24 febbraio 1934. Sono stato ufficiale dell'esercito per tutta la vita e sono in pensione dal 1997.

PRESIDENTE. Dove abita?

CESARE PUCCI. A Lucca, in via del Fosso, al numero 148.

PRESIDENTE. Intanto, la ringraziamo per essere qui presente. Le chiediamo scusa per i vari rinvii del suo esame testimoniale, dovuti purtroppo ad esigenze sopravvenute nell'attività della Commissione, come lei ha potuto constatare di persona.
Come lei sa, la nostra Commissione si interessa del duplice omicidio perpetrato in danno di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin il 20 marzo 1994. All'epoca, qual era il ruolo istituzionale da lei rivestito?

CESARE PUCCI. Ero direttore del Sismi.

PRESIDENTE. Si è mai interessato dei rapporti - sul piano politico ed anche su altri piani - tra Italia e Somalia? Qual era la posizione del Governo italiano rispetto alla Somalia, in quell'epoca?

CESARE PUCCI. In quel momento, la Somalia si trovava in una situazione particolarmente grave, tant'è vero che in campo internazionale fu deciso di intervenire con la missione Restore Hope (portando, cioè, sollievo alla popolazione); il Governo italiano decise di intervenire militarmente con un contingente che doveva schierarsi a Mogadiscio, il che è avvenuto regolarmente, credo verso la fine del 1992.

PRESIDENTE. Dopo la caduta di Siad Barre.

CESARE PUCCI. Sì, dopo la caduta di Siad Barre; l' intervento fu deciso nel quadro di una risoluzione dell'ONU.

PRESIDENTE. Lei era direttore del Sismi anche nel 1992?

CESARE PUCCI. Sono stato nominato direttore del Sismi ad agosto del 1992 e - credo che sia importante dirlo - sono stato sostituito, al Sismi, nel luglio 1994.

PRESIDENTE. Però, lei ha seguito bene la crescita di questo rapporto tra Italia e Somalia: ce la può descrivere bene?

CESARE PUCCI. La Somalia era senza Governo ed era in particolare caratterizzata dalla presenza di alcuni - chiamiamoli così - signori della guerra, che avevano in pratica organizzato le cose su base tribale. La Somalia, praticamente, non era più uno Stato indipendente, ma era divisa in varie etnie (gli awadle, gli haber-gedir, eccetera).
Questo ha fatto sì che la rappresentanza diplomatica dell'Italia in Somalia fosse in un certo senso compromessa: non c'era un rapporto tra Governo e Governo, bensì tra il Governo italiano e alcune strutture che si modificavano nel tempo.
Quando fu deciso l'intervento - il primo comandante fu il generale Rossi - con il contingente in Somalia, ci si accorse che in quel paese non c'era alcun supporto di intelligence per le nostre truppe: in pratica, venivano mandate in un territorio sconosciuto, con una situazione politica particolarmente grave, praticamente sconosciuta e senza supporto d'intelligence. Quindi, fu deciso dall'allora ministro della difesa...

PRESIDENTE. Fabbri?

CESARE PUCCI. No, era Salvo Andò. L'allora ministro della difesa decise di costituire un distaccamento del Sismi in Somalia, con un unico scopo, visto che noi del Sismi non avevamo più nessuno sul posto; eravamo stati presenti tradizionalmente, nel Corno d'Africa, soprattutto


Pag. 5

perché l'Italia aveva avuto l'amministrazione fiduciaria della Somalia, in passato; poi, i rapporti erano diminuiti.

PRESIDENTE. Insomma, avete costituito un centro.

CESARE PUCCI. Sì, abbiamo costituito un centro in Somalia, a Mogadiscio, a supporto delle nostre truppe impiegate lì.

PRESIDENTE. Quando?

CESARE PUCCI. Mi ci faccia pensare: fra novembre e dicembre del 1992; sì, alla fine dell'anno 1992.

PRESIDENTE. Della costituzione di questo centro se ne è interessato lei materialmente, nella sua posizione istituzionale?

CESARE PUCCI. Ho stabilito io la costituzione del centro. L'incarico è stato dato all'allora colonnello Rajola, che tra l'altro è un mio compagno di corso d'accademia - lo dico incidentalmente -, e fu deciso di mandare in Somalia il distaccamento alle dipendenze di un dipendente di Rajola.

PRESIDENTE. Come si chiamava?

CESARE PUCCI. Sa che non lo ricordo? Forse Tedesco.

PRESIDENTE. Ha avuto altre ragioni di interessarsi della Somalia nella sua posizione istituzionale di direttore del Sismi, oltre che per la costituzione del centro Sismi a Mogadiscio? Vi sono state altre ragioni di natura istituzionale per cui lei si è interessato personalmente, oppure ha fatto in modo che la sua struttura si interessasse della Somalia?

CESARE PUCCI. No, non ci sono stati altri interessi istituzionali, in quanto abbiamo deciso di rimanere nel campo della difesa del contingente italiano; pensavamo che avremmo disperso le energie senza raggiungere dei risultati positivi.

PRESIDENTE. Lei è mai stato in Somalia?

CESARE PUCCI. Sì, sono stato in Somalia per una missione personale nei confronti di Aidid, da persona a persona.

PRESIDENTE. Che significa «missione personale»? Prima che lei mi risponda sgombriamo il campo da altre questioni, poi ci concentriamo su questo punto.
Oltre a questa missione personale, ci sono state altre volte nelle quali lei è andato in Somalia?

CESARE PUCCI. Prima, no.

PRESIDENTE. E dopo?

CESARE PUCCI. Dopo un po' di tempo - credo in gennaio - sono stato al seguito del ministro Andò, il quale però si recò in visita al contingente italiano e volle che lo accompagnassi, anche se istituzionalmente non era previsto.

PRESIDENTE. Quindi, lei è andato in Somalia una prima volta per una missione personale - sempre istituzionale, s'intende - ed una seconda volta con l'allora ministro Andò, il quale si recava in visita in quel paese e voleva che anche lei fosse presente. È così?

CESARE PUCCI. Sì.

PRESIDENTE. Sgombriamo il campo anche da altre questioni. Quanto durò la visita con l'ex ministro Andò?

CESARE PUCCI. Un paio di giorni.

PRESIDENTE. E invece, la missione personale quanto tempo durò?

CESARE PUCCI. Anche questa durò due giorni circa, due giorni e mezzo.

PRESIDENTE. Ci vuole descrivere questa prima missione in Somalia per ragione personale?


Pag. 6

CESARE PUCCI. Presidente, credo che sarebbe meglio passare in seduta segreta.

PRESIDENTE. Sta bene. Non essendovi obiezioni, dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.

(La Commissione procede in seduta segreta.)

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno. La parola all'onorevole Motta.

CARMEN MOTTA. Grazie, presidente.
Generale, ricorda da dove Rajola l'ha chiamata per informarla dell'omicidio?

CESARE PUCCI. Credo fosse da Roma; quando ho ricevuto la telefonata ero fuori sede. Mi stavo occupando di altre cose e forse ero a Napoli o giù di lì. Però non sono sicuro, perché ricordo me stesso col telefono in mano.

CARMEN MOTTA. E Rajola da dove chiamava?

CESARE PUCCI. Forse dal suo ufficio.

CARMEN MOTTA. Quindi, da Roma. Non ne è sicuro, però?

CESARE PUCCI. Non sono sicuro. Ma non sono sicuro neanche di me stesso, perché io ho ricevuto la telefonata e mi sembra di averla ricevuta stando fuori Roma. Poi tornai a Roma subito, in giornata.

PRESIDENTE. La parola all'onorevole Deiana.

ELETTRA DEIANA. Grazie, presidente.
Generale, vorrei sapere Rajola Pescarini quando l'ha chiamata.

CESARE PUCCI. Intende dire verso che ora?

ELETTRA DEIANA. No, intendo dire quanti giorni dopo l'agguato. L'ha chiamata immediatamente?

CESARE PUCCI. Sì, sarà stato il giorno stesso o il giorno dopo, immediatamente.

PRESIDENTE. Le ha detto dove fosse?

CESARE PUCCI. No.

ELETTRA DEIANA. Rajola Pescarini non era in Somalia?

CESARE PUCCI. Mi sembra di no. Io ho ricevuto questa telefonata e...

ELETTRA DEIANA. E Rajola Pescarini come l'aveva saputo?

CESARE PUCCI. Gliel'avrà comunicato la sua gente che stava in Somalia.

ELETTRA DEIANA. Ma in un caso come questo, lei non era tenuto a dare disposizioni ai suoi sottoposti affinché svolgessero indagini d'intelligence sul territorio?

CESARE PUCCI. Indagini d'intelligence, sì. Qui siamo un po'...

ELETTRA DEIANA. Era suo compito, generale?

CESARE PUCCI. Sì, ma io gliele avevo già date.

ELETTRA DEIANA. Come, gliele aveva già date? Mi riferisco al periodo successivo alla notizia della morte dei due giornalisti.

CESARE PUCCI. Dopo la notizia della morte, bisognava capire che cosa era successo.

ELETTRA DEIANA. Appunto; ha dato disposizioni per capire cosa fosse successo?


Pag. 7

CESARE PUCCI. Non ho dato disposizioni nel senso diretto della parola, ma nel senso che ho chiesto di farmi sapere lo sviluppo della situazione. Però, c'è da dire che indagini su un delitto il Sismi non ne poteva fare, né qui né in Somalia.

ELETTRA DEIANA. Non sul delitto, ma sul contesto.

CESARE PUCCI. Certo, questo sì, senz'altro. Dissi di farmi sapere come stavano le cose, di fare accertamenti e di farmi sapere gli sviluppi della situazione.

PRESIDENTE. Però, generale, qui c'è una contraddizione documentalmente dimostrata: i dispacci che provengono dal Sismi - e la cui fonte è in Somalia - sono di assoluta precisione, sono il risultato di operazioni di accertamento.
Dopo che l'onorevole Deiana avrà concluso le sue domande, le leggerò un dispaccio del 21 marzo 1994, dove si dà conto con precisione di quello che accadde; abbiamo visto, però, che questi dispacci, per così dire, muoiono.

ELETTRA DEIANA. Esatto, si perdono. La mia domanda era esattamente questa: lei che disposizioni ha dato?

CESARE PUCCI. Posso vedere questo dispaccio?

PRESIDENTE. Prima la prego di rispondere all'onorevole Deiana.

CESARE PUCCI. Certo. Prego, onorevole, mi dica.

ELETTRA DEIANA. Le ripeto la mia domanda. Siccome sappiamo che da lì sono partite molte informative che si sono perse nelle nebbie, vorrei che lei ci dicesse quali disposizioni ha dato e come mai si sono verificate le incongruenze alle quali stava accennando il presidente.

CESARE PUCCI. Le disposizioni che ho dato erano - per quello che ricordo - tutte a voce, più che altro. Però i messaggi che sono arrivati sicuramente sono stati trattati, a meno che non me li abbiano mostrati. La sua domanda mi mette un po' in...

PRESIDENTE. Guardi, le indico una circostanza precisa; vediamo se riesce a ricordare. Le leggo il dispaccio del 21 marzo 1994: «due dei mourasad sarebbero stati feriti a seguito dell'intervento della polizia somala e sarebbero ricoverati nel quartiere Bermuda a Mogadiscio nord».
Dunque, due degli aggressori sarebbero stati feriti e sarebbero stati ricoverati in ospedale. Ricorda se, al riguardo, qualcuno abbia insistito?

CESARE PUCCI. No, questo non lo ricordo.

PRESIDENTE. Questo mi sembra, per esempio, un particolare importante. L'informativa è del 21 marzo 1994, quindi credo che sia sempre opera di Tedesco.
Ripeto, mi sembra un importante particolare: due degli aggressori sono feriti; allora, ci si sarebbe dovuti precipitare all'ospedale dove si diceva fossero ricoverati! È un gioco da ragazzi! È vero che stiamo parlando di fatti avvenuti undici anni fa, quindi lei può benissimo dire che non ricorda...

CESARE PUCCI. No, no.

PRESIDENTE. ...però questa è una circostanza talmente precisa e talmente pressante dal punto di vista operativo, che bastava che qualcuno si recasse sul posto. Se lei avesse avuto questa notizia, avrebbe detto al Pescarini di turno o a Tedesco: «Vai all'ospedale»?

CESARE PUCCI. Penso di sì. Forse non gli avrei detto «Vai all'ospedale», ma gli avrei detto «Datti da fare». Però - scusi se insisto - vorrei vedere questo dispaccio perché questa notizia non me la ricordo.

PRESIDENTE. Ecco, generale (Mostra un documento).


Pag. 8

CESARE PUCCI. Questa è una comunicazione fra due divisioni: dalla seconda alla terza divisione.

PRESIDENTE. Quindi, la seconda divisione ha avuto la notizia e la comunica alla terza divisione, non so per quale ragione. Che cosa fa la terza divisione?

CESARE PUCCI. La terza divisione fa la situazione; era tenuta da un capitano di vascello.

PRESIDENTE. Che cos'è «la situazione»? Ci spieghi meglio.

CESARE PUCCI. Il primo reparto era articolato in tre divisioni: la prima era la divisione «controspionaggio», la seconda era la divisione «interventi all'estero» e la terza analizzava tutte le informazioni per trasformarle in ulteriori esigenze informative. Ora, io credo che...

CARMEN MOTTA. Mi scusi, generale, sostanzialmente il compito della terza divisione era, in realtà, importantissimo.

CESARE PUCCI. Certo.

CARMEN MOTTA. Era la divisione di analisi che avrebbe dovuto mettere insieme le notizie, verificarle e scartare - diciamo così - il caso delle polpette avvelenate; insomma, doveva fare un lavoro di analisi, fornendole materiale il più possibile pulito per mettere lei - o qualcun altro al suo posto - nella condizione di dare dritte che fossero le più efficaci possibili.
Allora, la seconda divisione trasmette la notizia alla terza divisione perché, giustamente, deve mandare un quadro di informazioni che vengano poi saldamente connesse: è così? Altrimenti, c'è un giro di carte dalla prima divisione alla seconda, alla terza e persino all'ottava! Le stiamo facendo queste domande per tentare di tenere un filo logico, non per altro.

CESARE PUCCI. Certo, sto cercando di capire anch'io.

ELETTRA DEIANA. Anche per capire se ci sono delle responsabilità di disservizio, generale.

CESARE PUCCI. Sto cercando di capire anch'io. Posso fare una considerazione?

PRESIDENTE. Certo.

CESARE PUCCI. Se la cosa è rimasta nel cassetto - diciamo così -, ciò può essere successo per tre ordini di motivi: il primo, doloso - e non lo considero...

PRESIDENTE. Noi consideriamo anche quello, però.

CESARE PUCCI. No, io non lo considero perché francamente non ci riesco. Il secondo è un motivo di disinteresse, ovvero un ragionamento del tipo: tutto sommato, non è un problema che mi riguardi come divisione...

PRESIDENTE. Ma come, scusi, due cittadini italiani vengono massacrati a Mogadiscio e lei dice che il Sismi non si interessa?

CESARE PUCCI. Ma no, certo...

PRESIDENTE. E allora che dire, adesso che il Sismi si è interessato di andare in Iraq a raccogliere una sventurata che era stata sequestrata?

CESARE PUCCI. Quella è una missione simile alla mia, quando sono andato da Aidid.

PRESIDENTE. È operativa, però!

CESARE PUCCI. Certo che è operativa. Io intendevo dire un'altra cosa, che può succedere: siccome normalmente si insisteva sul fatto che il Sismi non doveva svolgere indagini di polizia, può darsi che ci sia stata una iper interpretazione di questo principio.


Pag. 9

ELETTRA DEIANA. Insomma, facevano queste informative così, tanto per fare esercizio di scrittura?

CESARE PUCCI. Quasi.

PRESIDENTE. È incredibile! È incredibile!

CESARE PUCCI. Altrimenti, non capisco neanche io...

PRESIDENTE. Generale, il decreto-legge 29 ottobre 1991, n. 345 - che tra l'altro nasce da un precedente provvedimento, che aveva ampliato i compiti dei servizi, destinandoli anche alla criminalità organizzata -, all'articolo 2 recita: «Nell'ambito delle attività per le informazioni e la sicurezza dello Stato previste dalla legge 24 ottobre 1977, n. 801, ferme restando le attribuzioni e la disciplina degli ordinamenti ivi previsti, spetta al Sisde e al Sismi, rispettivamente per l'area interna e quella esterna, svolgere attività informativa e di sicurezza da ogni pericolo o forma di eversione dei gruppi criminali organizzati che minacciano le istituzioni e lo sviluppo della civile convivenza».
Possiamo dire, allora, che già in quell'epoca il legislatore vi assegnava un compito, in rotta di collisione con il passato. Infatti, in passato era diverso...

CESARE PUCCI. Un po' di quella mentalità, però, è rimasto.

PRESIDENTE. In passato, tutto quello che riguardava la criminalità organizzata non rientrava nelle vostre competenze. Invece, qua, c'entrava tutto; in questo caso eravate venuti a conoscenza di circostanze precise.Tra l'altro le vorrei rammentare - vediamo se lei riesce a darmi conferma - che Unosom aveva trasmesso una informativa secondo la quale i due banditi erano stati ricoverati presso l'ospedale Keysaney di Mogadiscio. Dunque, era stata data persino l'indicazione dell'ospedale dove i due erano stati ricoverati (tra l'altro, sembrerebbe che uno dei due sia poi deceduto).
Ricorda che Unosom aveva raccolto quest'ulteriore notizia?

CESARE PUCCI. Non lo ricordo.

PRESIDENTE. Non lo ricorda o non le è stato detto?

CESARE PUCCI. Non posso affermare che non sia stato detto; non mi viene in mente.

PRESIDENTE. Però, la concretezza aumenta e, aumentando la concretezza, aumentano gli obblighi di informativa all'autorità giudiziaria e gli obblighi di sostegno alle indagini, nei limiti delle vostre competenze, da parte del Sismi.
Invece - il seguito della situazione lo conosciamo - non è stato fatto nulla e nulla è stato comunicato all'autorità giudiziaria. Lei sa che nel momento in cui l'autorità giudiziaria ha fatto espressa richiesta di conoscere i contributi informativi del Sismi, il Sismi non li ha dati. E noi li abbiamo ritrovati tutti quanti, nelle vostre carte; c'erano, ma non sono stati trasmessi all'autorità giudiziaria. Ma questa è una cosa che non riguarda lei, riguarda altre persone che interrogheremo nel prosieguo. Però, il terminale di queste operazioni - in ciascuna tappa delle quali troviamo un fermo di attività da parte del Sismi - è che su richiesta espressa dell'autorità giudiziaria di avere informazioni, notizie ed atti, la risposta è stata: «Non abbiamo niente».
Ripeto, non è lei che deve rispondere di queste cose, sono altri che debbono farlo. Però, le ricordo questi particolari dotati di estrema concretezza, al di là delle chiacchiere e delle ricostruzioni fantasiose o ipotetiche, per dirle che, appunto, c'era una informativa; tra l'altro, non so se lei ne sia a conoscenza, nel 1997 un giornalista de la Repubblica si sarebbe recato presso l'ospedale di cui stiamo parlando, dove avrebbe trovato l'elenco dei ricoverati di quel giorno, all'interno del quale due nominativi erano stati sbanchettati. Insomma, non vogliamo gettare la croce addosso a qualcuno, ma questa è la situazione.
La parola, adesso, all'onorevole Motta.


Pag. 10

CARMEN MOTTA. Possiamo chiedere al generale il significato della frase: diretto alla terza divisione e al secondo reparto? Ci spiega cos'è il secondo reparto?

CESARE PUCCI. Il secondo reparto sarebbe il reparto collaterale al primo, che si occupava di attività tecnologica o di interventi mirati. Si trattava della famosa settima divisione che svolgeva compiti di interventi mirati per liberare ostaggi o compiere interventi armati o d'altro tipo. Quindi, probabilmente l'informazione era stata data anche a loro nel presupposto che potesse interessare anche al secondo reparto.

PRESIDENTE. A lei risulta che presso il comando Unosom si tendesse a minimizzare la vicenda legata all'uccisione di due giornalisti e che nei confronti dell'ambasciatore Scialoja furono esercitate delle pressioni affinché non si interessasse di questo caso in maniera approfondita come sembrava che volesse fare? Ha mai sentito parlare di questo?

CESARE PUCCI. Si riferisce ad una pressione di Unosom nei confronti di Scialoja?

PRESIDENTE. No, mi riferisco all'atteggiamento di Unosom di minimizzare questa vicenda in modo tale che non si approfondisse. Le risulta questa circostanza?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. E le sono mai pervenute pressioni su Scialoja affinché non se ne interessasse?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Leggo dall'appunto manoscritto n. 198 del suo dipendente Tedesco, del 23 marzo 1994, quando lei era ancora in servizio (ritrasmesso dalla seconda divisione alla terza divisione dello stato maggiore, capo secondo reparto r.s.): «Appare evidente la volontà di Unosom di minimizzare» - è Tedesco che comunica a voi - «sulle cause che avrebbero portato all'uccisione della giornalista italiana e del suo operatore. Unosom continua a battere la pista della tentata rapina e della causale dell'episodio, trascurando chiari particolari che indicherebbero il contrario» - prima circostanza - «Da Roma è giunto a Scialoja» - e questa è la seconda circostanza - «esplicito divieto di trattare l'argomento e di avanzare ipotesi sui probabili mandanti, ricordando che tale compito spetta solo ad Unosom, al termine di accertamenti in corso». Questo è ciò che comunica Tedesco a voi il 23 marzo 1994.
Queste due cose importanti che tornano con quello che osservava lei prima (non si capisce mai bene che cosa deve fare e che cosa può fare Unosom) qui ha una corrispondenza, perché, come lei vede noi abbiamo una notizia che un vostro dipendente, correttamente dà alla struttura centrale dicendo: guardate che Unosm sta facendo gli scherzetti e i giochetti per non fare niente. In secondo luogo, mentre si diceva che Scialoja si stava impegnando, secondo Scialoja aveva ricevuto pressioni da Roma perché non andasse avanti nelle sue indagini. Che cosa mi sa dire di tutto questo?

CESARE PUCCI. Quasi niente.

PRESIDENTE. Ma le ha sapute queste cose, o no?

CESARE PUCCI. Non le ho sapute nel senso che non me le ricordo. Non ho memoria di queste cose qui.

ELETTRA DEIANA. Quando si parla di pressioni su Scialoja, chi può aver fatto pressioni da Roma: lei o chi altro?

CESARE PUCCI. Io no, perché Scialoja non dipendeva da me.

ELETTRA DEIANA. Che c'entra? Lei come capo dei servizi poteva avere una idea di chi poteva averle fatte.


Pag. 11

CESARE PUCCI. Pressioni su Scialoja, secondo me, potrebbe averle fatte solo il Ministero degli esteri.

ELETTRA DEIANA. Sì, ma si presume che il Ministero degli esteri faccia pressioni su un ambasciatore in base a considerazioni di conoscenza del contesto.

CESARE PUCCI. Personalmente, non avevo nessun rapporto per queste cose qua. Peraltro devo dire, e vi prego di non considerarla come una giustificazione, che io non ho avuto il tempo di entrare nel problema.

PRESIDENTE. No, generale, non dica questa cosa, perché siamo al 23 marzo. Lei sta dicendo tante cose importanti. Se lei non fosse entrato nel problema il 23 marzo avrebbe commesso un gravissimo errore dal punto di vista dell'esercizio della sua professione, mi consenta! In questo caso, il 23 marzo qualcuno le dice: guarda che Scialoja lo stanno compulsando perché vogliono che non parli e non faccia il suo dovere; guarda che Unosom sta andando avanti, cercando di mistificare, cercando di far diventare una rapina quello che invece è un'altra cosa.

CESARE PUCCI. Di questa notizia di Scialoja non ho memoria.

PRESIDENTE. E dell'altra (che Unosom minimizzava)?

CESARE PUCCI. Uguale: non ho memoria.

CARMEN MOTTA. Lei sapeva che avrebbe terminato il suo servizio al Sismi, dopo?

CESARE PUCCI. No, perché sono stato spostato in poco tempo.

CARMEN MOTTA. Quindi, quando lei dice che non ha avuto il tempo di addentrarsi nella materia che stiamo trattando, lo dice perché è andato via troppo presto oppure perché non è stato messo nelle condizioni di poterlo fare? Infatti, delle due l'una: lei non sapeva che sarebbe andato via dopo poco tempo...

CESARE PUCCI. No.

CARMEN MOTTA. ... ma per un caso di questo genere, un caso gravissimo, lei dice che non ha avuto il tempo materiale. E allora, o non le hanno dato il tempo materiale per un caso di questo genere, oppure lei non se l'è voluto prendere.

CESARE PUCCI. Che io non l'abbia voluto prendere, no.

CARMEN MOTTA. Generale, stiamo appurando che lei non è venuto a conoscenza di informative fondamentali che l'avrebbero messa nelle condizioni (tempo o non tempo a disposizione in futuro) di dare quanto meno delle direttive, a prescindere dal fatto che poi queste stesse avessero potuto andare in porto oppure no. Lei, insomma non ci deve rispondere che non ha avuto tempo, perché...

PRESIDENTE....non è così!
Adesso le dico, signor generale, quello che succedeva alle sue spalle. Questa notizia, che noi le abbiamo dato adesso, e cioè che da Roma Scialoja veniva pressato perché si disinteressasse della questione, è stata realmente occultata nei suoi atti ufficiali (naturalmente, non si è arrivati fino al punto della soppressione degli atti). Infatti, nell'informativa di Tedesco del 23 marzo è cancellata la parte nella quale è scritto ad un certo punto: «anche da Roma è giunto a Scialoja esplicito divieto di trattare l'argomento e di avanzare ipotesi sui probabili mandanti, ricordando che tale compito spetta solo a Unosom, al termine degli accertamenti in corso» (quell'Unosom di cui, come ho detto prima, si magnificava la capacità di minimizzare). Perciò, la sua trasposizione a macchina non comprende questo periodo. Ha capito?
Perciò, quando lei oggi mi dice che non conosce questa circostanza, è vero che non la sa, perché le è stata occultata. Ha capito qual è il problema?


Pag. 12

CESARE PUCCI. Non è la sede per fare i commenti che dovrei fare.

PRESIDENTE. No, questa è la sede, generale, questa è la sede! E lei ci deve aiutare, perché lei è una persona lineare, e se vuole mostrare di essere lineare e rispettosa delle istituzioni per le quali lei per anni ha fatto servizio, credo che di fronte a questa evidenza, che dimostra la correttezza, la lealtà e la veridicità di quello che lei afferma in questo momento, le abbiamo dimostrato però che alle sue spalle, al servizio, facevano delle cose diverse.
Sospendo brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle 22, è ripresa alle 22,15.

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori.
Ritorno all'argomento di prima a proposito dell'occultamento, così da me qualificato, che poteva non risultare corretto nella informativa battuta a macchina che adesso io le mostro e, come lei potrà constatare dal testo che dalla seconda divisione va allo stato maggiore Sismi e al capo del secondo reparto R-S e alla terza divisione: «Da Mogadiscio comunicano alt», del 23 marzo 1994, manca la parte relativa a Scialoja dove era scritto: «Anche da Roma è giunto a Scialoja esplicito divieto di trattare argomento e di avanzare ipotesi su probabili mandanti, ricordando che tale compito spetta solo ad Unosom al termine degli accertamenti in corso». Questo passaggio è espunto dall'informativa che presumo lei abbia avuto.

CESARE PUCCI. Se è stata inviata allo stato maggiore del Sismi, sì.

PRESIDENTE. Quindi abbiamo la chiusura del cerchio. Questo è quanto accadeva alle sue spalle.

CESARE PUCCI. Questa è una sintesi informativa.

PRESIDENTE. Sì, ma manca la parte che le ho detto prima.

CESARE PUCCI. Sì.

PRESIDENTE. Come spiega questo fatto ora, che apprende questa circostanza.

CESARE PUCCI. Come faccio a spiegarlo? Non posso spiegarlo: è un dato di fatto.

PRESIDENTE. Ma è anche un'infedeltà? Da che cosa dipende? È un'infedeltà dei funzionari, oppure, cos'è?

CESARE PUCCI. Si possono dare diverse interpretazioni su un fatto del genere.

PRESIDENTE. Ce ne dia una plausibile.

CESARE PUCCI. Bisogna darne due o tre. Una può essere riferibile al fatto che un dipendente interpreta...

PRESIDENTE....e cancella. Chi può cancellare al Sismi? Un'informativa proveniente dal centro Sismi di Mogadisco che dà tutte quelle indicazioni e che viene depurata di una parte di informazioni. Chi si può permettere di depurare un documento informativo di una parte di esso?

CESARE PUCCI. In teoria, nessuno. In pratica, colui che è responsabile del reparto, della divisione, o del Sismi.

PRESIDENTE. Allora, poiché proviene dalla seconda divisione (da Mogadisco comunicano alt), dal momento che la comunicazione è partita da Mogadisco verso la seconda divisione e da lì in poi, ciò significa che è la seconda divisione che depura?

CESARE PUCCI. È molto difficile dire chi sia stato.


Pag. 13

PRESIDENTE. Non dico chi sia stato, la persona, ma intendevo dire che doveva trattarsi di qualcuno della seconda divisione. Insomma: da Mogadisco comunicano alt a chi? Alla seconda divisione?

CESARE PUCCI. Sì. Infatti, è scritto: da seconda divisione.

PRESIDENTE. Dunque, la depurazione avviene nella seconda divisione che, se non vado errato, era la divisione che allora era comandata dal generale Rajola, allora colonnello.

CESARE PUCCI. Più o meno.

PRESIDENTE. Non più o meno.

CESARE PUCCI. La risposta l'ha data lei, presidente.

PRESIDENTE. È corretto quello che dico io?

CESARE PUCCI. Sì, è corretto.

PRESIDENTE. Poi, che dentro la seconda divisione non sia stato Rajola, ma sia stato il suo vice o qualcun altro, questo è un altro discorso.

CESARE PUCCI. Era quello che stavo cercando di dire.

PRESIDENTE. Ma un vice può fare qualcosa senza che il capo lo sappia?

CESARE PUCCI. Sì. Se il capo non lo sa e il vice lo fa di nascosto, lo può fare.

PRESIDENTE. Ecco, di nascosto. D'accordo.
Leggo su un documento del 29 marzo, quando lei era ancora lì: «Le notizie diffuse circa l'arresto di due somali mourasad per l'uccisione di Ilaria Alpi e del suo operatore sono destituite di fondamento. La polizia ha interrogato come sospette due persone che viaggiavano a bordo di un'autovettura uguale per marca e colore a quella degli attentatori. Al momento pertanto non vi sono elementi...» - e ancora - «Scontri si sono verificati a Mogadiscio tra haber ghedir vicini a Osman Ato e haber ghedir fedeli ad Aidid. Sembra che vi siano alcuni feriti. Continua la pressione degli Awad attorno al perimetro dell'aeroporto...» e via dicendo. Queste sono altre notizie.
Qui vi sarebbe stata la notizia dell'arresto. Avete seguito quest'ulteriore arresto che poi avrebbe riguardato due persone sospette?

CESARE PUCCI. Visto che si dice che le notizie diffuse circa l'arresto sono destituite di fondamento, probabilmente ne abbiamo preso atto.

PRESIDENTE. Quest'altro documento è dell'11 aprile 1994, e proviene sempre da Mogadiscio. Leggo: «Un portavoce dell'SNA avrebbe comunicato a Unosom che i militari» - Benedir, SNA - «avrebbero individuato i responsabili dell'uccisione dei due giornalisti italiani del TG3. Secondo quanto riferito, le tre persone sarebbero attivamente ricercate e in caso di arresto saranno processati dal tribunale islamico degli Hirab. Il portavoce dell'SNA non ha fatto nessun riferimento all'etnia dei tre ricercati. La notizia al momento non è confermata da altre fonti. In crescente aumento in città l'attività delle milizie, e via dicendo». Anche questa è una notizia cassata. Presumo quindi che lei non l'abbia avuta. Oggetto di questa ricerca sarebbero state queste tre persone. Si stava operando affinché il tribunale islamico degli Hirab, che per la verità non so chi siano...

CESARE PUCCI. Una tribù?

PRESIDENTE....li processasse, ma anche di questo lei non sa nulla. Ha conosciuto il colonnello Tunzi?

CESARE PUCCI. Un italiano?

PRESIDENTE. Sì.

CESARE PUCCI. Non lo conosco.


Pag. 14

PRESIDENTE. Lei quindi non sa di questo intervento del tenente colonnello Tunzi sul luogo in cui si erano verificati i fatti?

CESARE PUCCI. Sì, sì, questa è la mia firma.

PRESIDENTE. Da questo promemoria del 21 maggio 1994 risulta che alcuni militari pakistani avessero a disposizione elementi relativi al duplice omicidio. Leggo: «Ai fini di informare la competente autorità giudiziaria, il servizio interpol di Roma» - vede che loro comunicano - «ha chiesto la declassifica, ha ordinato il promemoria compilato dal maggiore Tunzi. Il primo battaglione, nella considerazione che nel documento viene citato tale signor Alfredo della Presidenza del Consiglio, prima di aderire ha chiesto una valutazione delle superiori autorità. Considerato l contenuto del documento, si ritiene che possa essere consegnato conservando la classifica di segretezza». E ancora: «Singolarmente il signor Alfredo raccoglieva alcune testimonianze rese spontaneamente da alcuni poliziotti somali giunti sul luogo. Lo stesso in seguito riferiva che due degli attentatori erano stati feriti dal personale di scorta dei giornalisti e che per l'agguato era stata impiegata una jeep di colore celeste».

CESARE PUCCI. Quasi sicuramente ho visto questo promemoria.

PRESIDENTE. Leggo ancora: «quest'ultima notizia» (cioè quella della scorta dei due giornalisti) «era stata riferita alla polizia somala da militari pakistani i quali precisavano che l'autovettura di colore celeste aveva seguito quella dei giornalisti fin da Mogadisco sud». Si tratta della famosa questione del seguito dell'auto dove si trovavano Ilaria Alpi e Miran Hrovatin dall'albergo di partenza fino a quello di arrivo. Lei ha ricordo di questa circostanza, e se si, avete dato disposizioni affinché si capisse meglio di cosa si trattasse?

CESARE PUCCI. Sicuramente ho chiesto alla divisione di darmi notizia di queste cose qui. Altro no.

PRESIDENTE. Leggo: «Sismi-seconda divisione, 16 aprile 1993. Fonte ben introdotta in ambiente politico somalo riferisce: continuano ad essere decifrati e valutati da parte degli americani i documenti rinvenuti a seguito dell'arresto di Osman Ato; risulterebbe che numerose armi siano state trasportate da Mogadisco sfruttando colonne umanitarie che trasportavano profughi e viveri con mezzi e scorte forniti dal contingente italiano». A margine del telex sta scritto: Rajola parlarmene. Questa dovrebbe essere una sua annotazione.

CESARE PUCCI. Sì.

PRESIDENTE. Lei si ricorda di queste notizie intorno all'utilizzazione delle colonne umanitarie per il traffico di armi? Se se ne ricorda, ne ha parlato con Rajola?

CESARE PUCCI. Penso di si.

PRESIDENTE. E che cosa le disse Rajola a proposito di questo tema che per noi è importante, perché come lei sa tra le varie causali che vengono indicate per l'uccisione di Ilaria Alpi di Miran Hrovatin c'è anche quella del traffico di armi coperto da quelle che qui vengono chiamate colonne umanitarie mentre si dovrebbe più correttamente parlare di cooperazione tra l'Italia e la Somalia.
Ha mai avuto notizia di questo traffico di armi attraverso le navi della cooperazione?

CESARE PUCCI. Sì, sì.

PRESIDENTE. Chi l'ha informata?

CESARE PUCCI. Rajola.

PRESIDENTE. Che cosa le disse Rajola a questo proposito? Mostrava di credere a questo traffico?


Pag. 15

CESARE PUCCI. Sì.

PRESIDENTE. Mostrava di conoscere elementi?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Mostrava di sapere quali fossero le persone coinvolte?

CESARE PUCCI. No, perché veniva sempre detto che non ci si poteva allontanare dalla zona e non si poteva andare nelle zone dove vi era questo traffico d'armi.

PRESIDENTE. Non ho capito questa cosa.

CESARE PUCCI. Si diceva che il traffico delle armi veniva da Bosaso, dall'Arabia Saudita alla Somalia del Nord, e poi probabilmente giungeva al sud, probabilmente anche con i famosi pescherecci. Non avevamo altre notizie oltre a queste.

PRESIDENTE. Per esempio, il 18 maggio 1993, sempre in un telex della seconda divisione del Sismi si dice: «Esponente somalo presente in Addis Abeba ha riferito che Ali Mahdi avrebbe segnalato l'esistenza di un traffico di armi dalla Somalia allo Yemen, utilizzando piccole imbarcazioni. Tale Mugne della società Shifco starebbe finanziando i capi di varie fazioni. Sostegno finanziario da Ali Mahdi al generale Aidid». Ricorda? Questo fatto è centrale.

CESARE PUCCI. Mi ricordo di questi fatti e ricordo che dovevamo attivare delle ricerche più precise, anche perché...

PRESIDENTE. Avete fatto ricerche più precise?

CESARE PUCCI. Penso di sì.

PRESIDENTE. Lo pensa. Non ha avuto nessun riscontro? Siamo nel 1993, generale!

CESARE PUCCI. Sì, certo. Non mi chiamo fuori, stia certo.

PRESIDENTE. Ecco.

CESARE PUCCI. Evidentemente, è una cosa che dovrei approfondire ulteriormente, ma non posso dare una risposta su cosa abbiamo fatto.

PRESIDENTE. Stiamo parlando del traffico di armi verso la Somalia, proveniente da altri paesi e, tra questi paesi, anche dall'Italia. Stiamo parlando del traffico di armi dall'Italia o da altri paesi verso la Somalia; difatti ci possono essere, come lei mi insegna, le triangolazioni, per cui è inutile concentrarsi soltanto sul rapporto tra due paesi, visto che con la triangolazione si fa tutto. Questo era, dunque, un tema centrale.
Non è che per il solo fatto che se ne sia parlato ripetutamente questa sia la realtà (non è certamente questa la posizione della Commissione), però del traffico di armi in Somalia ne hanno parlato tutti i testimoni da noi sentiti; e hanno parlato dell'effettività e direi quasi della ordinarietà di tali traffici. Sappiamo, altresì, che una vostra divisione - l'ottava, comandata da Grignolo - aveva il compito di bloccare i traffici illeciti di armi tra l'Italia e la Somalia.
Intanto le chiedo: traffici leciti di armi dall'Italia alla Somalia ne avete curati per lo Stato italiano?

CESARE PUCCI. Noi no. Leciti no, perché da quando ho preso il Sismi, non c'era più possibilità di fare traffici leciti con la Somalia.

PRESIDENTE. Quindi, da quando lei ha preso il Sismi in mano, potevano esserci solo traffici illeciti.
Dei traffici illeciti dall'Italia verso la Somalia o attraverso triangolazioni, avete avuto notizia? Sulla base delle eventuali notizie, che cosa avete fatto? Nel periodo in cui furono uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che ne era di questo traffico?


Pag. 16

CESARE PUCCI. Il traffico di armi verso la Somalia è molto ridotto; si tratta soprattutto di munizioni e armi portatili. Mi spiego meglio. La situazione in Somalia, per quanto riguarda le armi, era duplice: innanzitutto, c'era una enorme dovizia di armi in tutto il paese, per il fatto che durante il dominio di Siad Barre c'era stata la guerra contro l'Etiopia. Ora non ricordo esattamente quale zona fosse contesa nel conflitto tra i due paesi comunque Siad Barre, in quel momento, era supportato dall'Unione sovietica e ha avuto e ricevuto rifornimenti cospicui in armi.
Successivamente, c'è stato un afflusso di armi - ma prima che arrivassimo noi in Somalia -, un afflusso notevole soprattutto quando, con la caduta del muro di Berlino, si è liberata la disponibilità di armi dei paesi del patto di Varsavia. Ciò ha fatto sì che la disponibilità complessiva di armi fosse superiore alle necessità e alle esigenze, per cui il traffico di armi non era significativo, da questo punto di vista. Rimaneva significativo il traffico di munizioni, che però veniva fatto a piccolo cabotaggio, in partenza dai porti dell'Arabia saudita.
A questo proposito devo dire che siccome noi abbiamo rinunciato - parlo come Sismi, d'accordo con il ministro della difesa - ad effettuare azioni di intelligence al di fuori delle esigenze di difesa del contingente in termini diretti (e non indiretti), in realtà non abbiamo mai indagato nelle zone dove questo traffico si svolgeva. Tra l'altro, mi risulta che anche gli americani tenevano più o meno lo stesso atteggiamento. In altri termini, non si è fatta un'azione di contrasto al sistema di rifornimento delle armi perché ritenuto non significativo e soprattutto perché ritenuto non fattibile in termini...

PRESIDENTE. Però, significativo poteva essere il fatto dell'utilizzazione di imbarcazioni della cooperazione...

CESARE PUCCI. Sì, era contrabbando.

PRESIDENTE. ... per fare il traffico di armi. Qui c'è un riferimento specifico a Mugne, alla società Shifco, che starebbe finanziando i capi di varie fazioni, eccetera, a sostegno finanziario di Ali Mahdi e del generale Aidid.

CESARE PUCCI. Io non mi ricordo.

PRESIDENTE. Insomma, tutti questi punti sono tutti intrisi di illiceità: si parla di traffico di armi tra Italia e Somalia e le navi Shifco sarebbero state utilizzate a questo scopo; le armi avrebbero avuto come destinatari sia Aidid che Ali Mahdi, esattamente come avvenne quando lei andò in Somalia per incontrare questi due capi clan ed esattamente avvenne con Rajola, il quale incontrò l'uno e l'altro. Voglio dire che anche in questa informativa si ritrova un contesto di bilateralità, nel senso che la fornitura di armi riguarda sia Ali Mahdi che Aidid.
Ritornando al colloquio che lei ebbe con Ali Mahdi e con Aidid, allo scopo di ammorbidirli e di dimostrare che in qualche modo l'Italia era un paese amico, mi viene da farle una domanda: nel pacchetto c'erano anche le armi...

CESARE PUCCI. No, nella maniera più assoluta.

PRESIDENTE. ... o comunque, se non le armi, c'era una tolleranza?

CESARE PUCCI. No, non c'era nessuna tolleranza. C'era, caso mai, il fatto che non eravamo presenti nella zona con delle strutture.

PRESIDENTE. Il fatto che non eravate presenti vorrebbe dire che rimanevate assenti dalla zona?

CESARE PUCCI. Sì, non c'eravamo. Non eravamo presenti nella zona dove si svolgevano...

PRESIDENTE. Ma avreste potuto esserci?

CESARE PUCCI. Volendo, sì.


Pag. 17

PRESIDENTE. Appunto! Volendo, sì!

CESARE PUCCI. Ma fu deciso così anche dal punto di vista politico perché...

PRESIDENTE. A me non interessa il punto di vista politico! Se politicamente fu deciso in un certo modo, vuol dire che l'illiceità l'hanno consumata i politici e quelli che le hanno dato seguito.
Allora, le chiedo: rispetto a questo traffico di armi, l'intesa era che voi vi disinteressavate del settore?

CESARE PUCCI. No, non c'è stata nessuna intesa in questo senso. E dirò di più...

PRESIDENTE. Se non intesa, voglio dire...

CESARE PUCCI. No, nessun accordo.

PRESIDENTE. No, non parliamo di accordo. Nella sostanza, ve ne siete interessati, sì o no?

CESARE PUCCI. Indirettamente.

PRESIDENTE. Che significa?

CESARE PUCCI. Che sapevamo il fenomeno, lo tenevamo sotto controllo.

PRESIDENTE. Sapevate il fenomeno ma stavate distanti.

CESARE PUCCI. No, non è che si stava distanti ma...

PRESIDENTE. Facevate qualcosa?

CESARE PUCCI. No, assolutamente.

PRESIDENTE. Non facevate nulla, insomma. La parola all'onorevole Deiana.

ELETTRA DEIANA. Grazie, presidente.
Generale, se non facevate nulla, che significa che tenevate il fenomeno sotto controllo?

CESARE PUCCI. Con queste informative. Tra l'altro, noi avevamo informative anche dagli altri servizi. Attenzione, non c'era solo il servizio d'informazione italiano, c'erano tutti i servizi d'informazione dei paesi che operavano nella zona. Quindi, ci trovavamo in una situazione ibrida.

ELETTRA DEIANA. Era una sorta di monitoraggio?

CESARE PUCCI. Una sorta di monitoraggio, però non si faceva neanche il monitoraggio, questo lo voglio sottolineare. Il servizio non ha avuto nessuno nella zona; di conseguenza, avevamo queste indicazioni ma non potevamo accertare se erano rispondenti alla realtà. In termini molto poveri, avevamo limitato l'accesso solo alla Somalia. Tra l'altro, non c'era neanche consentito di operare nelle zone, ad esempio, di Bosaso e via dicendo, dal punto di vista internazionale, in quanto esulavano dalla nostra zona d'interesse. Sì, potevamo farlo, questo è chiaro, però non lo abbiamo fatto proprio scientemente perché non ritenevamo opportuno allargare l'orizzonte...

ELETTRA DEIANA. Ma non lo ritenevate opportuno dal punto di vista politico?

CESARE PUCCI. Politico ed anche organizzativo, perché significava allargare un discorso; avevamo già abbastanza problemi a tenere sotto...

PRESIDENTE. Generale, scusi, il ritenere opportuno non ha senso: se c'è la consapevolezza di un traffico illecito - se non la concretezza dal punto di vista dei fatti, almeno la preoccupazione - di un traffico illecito dall'Italia verso la Somalia di armi, armamenti e munizioni, e non si interviene, allora cosa vuol dire che si tiene sotto controllo la situazione? Che si era deliberato di rimanere fermi o di rimanere distanti?

CESARE PUCCI. No, non mi sono spiegato.


Pag. 18

PRESIDENTE. Allora si spieghi bene, prego.

CESARE PUCCI. Il traffico d'armi, quando viene segnalato in quella maniera, è generico.

PRESIDENTE. Ma se è generico si va a vedere se c'è qualcosa di specifico, no?

CESARE PUCCI. È questo il problema!

PRESIDENTE. Lo avete fatto?

CESARE PUCCI. Non avevamo nessuno da mandare in zona.

PRESIDENTE. Ma come, non avevate nessuno da mandare in zona? Che significa «avevamo deciso di rimanere fuori»?

ELETTRA DEIANA. Generale, chi l'aveva deciso? Lei, il Governo o altri?

CESARE PUCCI. Io, il Governo. Avevamo deciso, cioè era stato preso come riferimento la difesa del... tanto è vero ...

PRESIDENTE. La difesa di che cosa? Finisca la frase, per cortesia.

CESARE PUCCI. Del contingente italiano.

ELETTRA DEIANA. Ritorna la storia che dovevate difendere il contingente.

CESARE PUCCI. Signora, era molto importante! Non avevamo possibilità di fare altre cose. Avremmo dovuto allargare l'orizzonte in una maniera che ci avrebbe messo in difficoltà da tutte le parti. Quindi...

PRESIDENTE. Ma perché, in difficoltà? Che significa? Mi spieghi.

CESARE PUCCI. Se allarghiamo l'orizzonte del... pensiamo al Corno d'Africa e pensiamo...

PRESIDENTE. No, lasciamo perdere il Corno d'Africa. Parliamo della Somalia. Qui parliamo del traffico di armi tra Italia e Somalia. Decidere di non intervenire che significa?

CESARE PUCCI. Seguivamo attentamente le cose ma per quanto riguarda gli interventi, bisogna vedere che tipo di interventi si pensa di fare.

PRESIDENTE. Va bene, ma al di là del tipo di interventi, siccome avevate notizie precise che si faceva il traffico con le navi Shifco, mi vuol dire in che cosa consisteva la vostra attività?

CESARE PUCCI. Tenerli sotto controllo; nello stesso tempo, non potevamo mandare gente a vedere; o meglio, gente a vedere potevamo mandarla ma non potevamo intervenire.

ELETTRA DEIANA. Ma potevate segnalare alle autorità italiane.

CESARE PUCCI. Alle autorità italiane era stato segnalato.

ELETTRA DEIANA. Va bene, ma allora non capisco che cosa ci stavate a fare.

CESARE PUCCI. Mi rendo conto che può apparire... però era una cosa difficile da...

ELETTRA DEIANA. Allora, avevate ordini dalle autorità italiane di chiudere gli occhi?

CESARE PUCCI. No, nessun ordine di quel tipo. Ma neanche noi volevamo chiudere gli occhi, tant'è vero che seguivamo le cose. Soltanto che si seguiva il problema senza avere possibilità di intervento pratico sul problema stesso.

ELETTRA DEIANA. Ma perché non avevate possibilità d'intervento? Non capisco che cosa vi ostacolasse.


Pag. 19

CESARE PUCCI. Il traffico si svolgeva in zone che erano fuori dal nostro controllo.

ELETTRA DEIANA. E dalla vostra competenza?

CESARE PUCCI. Anche dalla nostra competenza.

PRESIDENTE. Che significa «dal nostro controllo»?

CESARE PUCCI. Dal nostro controllo d'intelligence.

PRESIDENTE. Perché? Non avete competenza mondiale?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Mi faccia capire: se c'è una questione in Brasile, il Sismi non ci va a fare un'operazione?

CESARE PUCCI. Ci va in Brasile ma...

PRESIDENTE. La competenza territoriale non esiste. Il Sismi ha competenza su tutto l'esterno.

CESARE PUCCI. Non è così, perché...

PRESIDENTE. E allora, chi è che ha competenza?

CESARE PUCCI. Nel passato, l'area di competenza che il Sismi si era dato - e che ci siamo dati anche noi - era quella del Mediterraneo e del Medio Oriente; e con questo si escludeva anche il corno d'Africa. Questo significava che per quello che avveniva al di fuori di quelle aree venivano interessati soprattutto i servizi stranieri. Per quello che succedeva ad esempio in Brasile, potevamo operare anche attraverso il contatto con il servizio straniero; difficilmente operavamo in prima persona.

PRESIDENTE. Va bene, operavate attraverso il contatto ma sempre come Sismi.

CESARE PUCCI. Abbiamo operato nel senso di tenerli sotto controllo, anche perché l'afflusso di queste armi, e via dicendo, non era significativo dal punto di vista quantitativo, come dicevo.

PRESIDENTE. Questo è un altro discorso. Che sul piano quantitativo fosse roba di poco, per cui lasciavate correre, lo posso anche capire. Però, l'illiceità non si misura a peso, ma si misura per quello che è e una illiceità di poco peso si può tradurre in un traffico importante; qui si parla di traffici che sarebbero partiti da Talamone con le navi Shifco e sarebbero arrivati in Somalia, tanto per parlarci chiaro.

CESARE PUCCI. Ma Talamone era roba nostra. Se lo avessimo saputo...

PRESIDENTE. E infatti le sto dicendo che quello era un controllo che sicuramente apparteneva a voi, in quanto si trattava di navi che andavano verso l'estero.

CESARE PUCCI. Ma anche qui...

PRESIDENTE. Anche qui c'era un problema?

CESARE PUCCI. No, no.

PRESIDENTE. Ma io non lo che ci state a fare, allora!

CESARE PUCCI. No, signor presidente, per quanto riguarda le navi in porto, la competenza principale è della polizia, dei carabinieri e soprattutto della guardia costiera e della Guardia di finanza. Tant'è vero che quando facevamo interventi sul territorio nazionale, capitava di avere dei rimbrotti e dei richiami perché il Sismi si occupava...


Pag. 20

PRESIDENTE. Non so com'è, ma quando si tratta di queste cose, le teorie diventano inestricabili.

CESARE PUCCI. Guardi che è così!

PRESIDENTE. Scusi, generale, ma io voglio sapere una cosa: se c'è un traffico di armi dall'Italia alla Somalia, il Sismi non c'entra niente?

CESARE PUCCI. Come, non c'entra niente? C'entra, sì!

PRESIDENTE. Questo volevo sapere. Allora, visto che c'entra, vorrei sapere una cosa. Lei ha detto che il traffico di armi era poco significativo e questa presumo possa essere stata la ragione per la quale il controllo era, diciamo così, esterno. Di fronte, però, al fatto accertato che in effetti un po' di traffico d'armi c'era e che nessuno lo ha mai perseguito, c'è anche l'ulteriore sviluppo del ragionamento, ovvero che questi traffici potrebbero essere stati più importanti di quanto voi diciate e comunque non essere stati, in ogni caso, perseguiti. Non so se rendo l'idea.

CESARE PUCCI. Sì, è chiaro, però a questo una risposta non posso darla.

PRESIDENTE. Certo che non me la può dare una risposta, perché in realtà non avete fatto nessun accertamento. Lei, però, non mi può dire che quella zona fosse fuori dalla vostra influenza. A parte il fatto che proprio la Somalia facevamo la cooperazione, quindi tutto si può dire meno che non avessimo dei rapporti, sia pure a livello di tribù.

CESARE PUCCI. Fino a che c'è stata la cooperazione avevamo anche un centro.

PRESIDENTE. E noi stiamo parlando di cooperazione.

CESARE PUCCI. Però è roba del passato.

PRESIDENTE. No, stiamo parlando di Ilaria Alpi, stiamo parlando del 1994.

ELETTRA DEIANA. E la cooperazione c'era ancora, nel 1994.

PRESIDENTE. Esatto, stiamo parlando di questo: la cooperazione c'era, in pieno.
La parola all'onorevole Cannella.

PIETRO CANNELLA. Presidente, la ringrazio ma sono stato superato dalle sue domande.

PRESIDENTE. La parola all'onorevole Deiana, allora.

ELETTRA DEIANA. Grazie, presidente. Generale, le risulta che a Bosaso il contingente italiano avrebbe dovuto sostituire gli americani?

CESARE PUCCI. A Bosaso? Non l'ho mai saputo.

ELETTRA DEIANA. Non l'ha mai saputo? Guardi che c'è un'informativa.

CESARE PUCCI. Voi avete molte più informazioni di me, signora.

PRESIDENTE. Sicuramente (Commenti)!

ELETTRA DEIANA. Comunque, sappiamo che vi fu una discussione al momento del passaggio tra Loi e Fiore. Sono scesi ministri e ambasciatori per questo spostamento. Ilaria Alpi ne parla in un suo appunto del luglio 1993.

CESARE PUCCI. Può darsi, ma non mi sta venendo in mente, tutto lì. Sì, probabilmente è vero, bisognava passare a Bosaso invece di rimanere nella zona dove si stava.

ELETTRA DEIANA. Dunque, il contingente italiano doveva sostituire i soldati americani.

CESARE PUCCI. Può darsi che sia così; ora, francamente, non mi viene in mente.


Pag. 21

PRESIDENTE. Sapevate che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano andati a Bosaso?

CESARE PUCCI. Sì, ma l'ho saputo dopo.

PRESIDENTE. Ha saputo che il loro arrivo era atteso per il 16 marzo, quattro giorni prima dell'omicidio, e che a causa di alcune segnalazioni provenienti da Unosom, le autorità italiane che erano a Mogadiscio, a cominciare da alcuni del contingente militare, si allertarono per capire perché i due stessero in quel luogo e che cosa fosse successo? Ha saputo che quando si trovavano a Bosaso, Ilaria e Miran sarebbero stati attinti da una sorta di comportamento minaccioso posto in essere nei loro confronti da alcune persone?

CESARE PUCCI. Queste sono informazioni che ho avuto dopo la morte di Ilaria Alpi; mi riferisco a questa faccenda di Bosaso.

PRESIDENTE. Leggo: «Il 18 marzo si è appreso che due giornalisti, tra cui Ileana» - è un refuso - «Alpi, attesi per il giorno 16 marzo a Bosaso, non hanno ancora segnalato il loro arrivo alla sede Unosom di Mogadiscio. Sono in corso ricerche per stabilire le cause del ritardo. Si fa riserva di ulteriori notizie. Si è appreso che la giornalista, recatasi con l'operatore con volo Unosom a Bosaso, per effettuare un servizio, ha preso contatto con la sede Unosom di Mogadiscio. La stessa ha preannunciato il suo rientro a Mogadiscio per domani con volo Unosom».
Insomma, c'era un'allerta del servizio - o quanto meno notizie che il servizio raccoglieva - intorno ai pericoli ai quali sarebbe andata esposta Ilaria Alpi (e con lei l'operatore Miran Hrovatin), stando a Bosaso. Ricorda queste circostanze? Sa se sono stati disposti approfondimenti sul viaggio dei giornalisti a Bosaso?

CESARE PUCCI. Approfondimenti non durante il viaggio, ma dopo la morte di Ilaria.

PRESIDENTE. Però, durante il viaggio - il 18 marzo - c'è una segnalazione che mostra preoccupazione per il fatto che i due stavano a Bosaso.

CESARE PUCCI. Certo che sono stati disposti approfondimenti, nel senso che è stato chiesto sicuramente di avere ulteriori notizie su questa faccenda.

PRESIDENTE. Di queste informazioni lei ha avuto notizia?

CESARE PUCCI. Credo di sì.

PRESIDENTE. A fronte di questa vostra preoccupazione, assolutamente da condividere, per la trasferta a Bosaso dei due giornalisti, vi è un'informativa successiva, che ora le leggo: «Un dipendente del Sismi presente in territorio somalo per svolgere compiti istituzionali di ricerca informativa, non appena appresa la notizia dell'agguato ai giornalisti italiani, intervenne sul luogo dell'evento unitamente a militari dell'Arma dei carabinieri. Il personale del Sismi operante in Somalia non ricevette direttive particolari, né intraprese alcuna azione in relazione alla vicenda, trattandosi di attività che esula dai compiti istituzionali del servizi ed essendo intervenuto sul luogo contestualmente a personale dell'Arma dei carabinieri».
Qui si risponde così: di tutto quel che è succeduto all'uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non vi siete interessati, in quanto esula dai compiti istituzionali del servizio, trattandosi di attività di accertamento giudiziario vero e proprio.
Allora le chiedo per quale motivo vi siete, invece, preoccupati in precedenza, quando c'è stato il viaggio dei due alla volta di Bosaso; infatti, avete cercato di capire ed avete avuto ricevuto alcune informazioni; siete venuti a sapere che i due erano tornati indietro con un volo Unosom. C'è, dunque, un'attenzione al fatto che i due giornalisti erano assenti da Mogadiscio ed erano andati a Bosaso e che in quel posto sarebbero accadute cose poco piacevoli nei loro confronti, ma che


Pag. 22

poi tutto era rientrato in quanto, con un volo Unosom, i due erano di nuovo a Mogadiscio.
Perché c'è un interesse del Sismi prima che i fatti accadano e poi, invece, c'è un'affermazione come quella che le ho letto (ovvero che, trattandosi di attività che esula dai compiti istituzionali del servizio, ed essendo intervenuto un dipendente del Sismi sul luogo contestualmente a personale dell'Arma dei carabinieri, non vi siete interessati delle indagini di cui stiamo parlando)?

CESARE PUCCI. Dovrei rispondere ancora in teoria, in pura teoria.

PRESIDENTE. Avevate dei centri d'informazione a Bosaso?

CESARE PUCCI. No, non avevamo niente, proprio niente. Fu deciso di non andarci; forse l'ho deciso io, questo senz'altro, però era una scelta operativa particolarmente importante per me, in quanto non potevo allargare troppo il discorso dell'informazione in Somalia.
Comunque, erano due situazioni diverse: una riguardava persone che non erano arrivate e che quindi si pensava fossero in difficoltà; quindi, il Sismi si sarebbe attivato non tanto per compiti istituzionali, dato che non aveva il compito di ricercare persone di cui non si avevano notizie.
Non siamo probabilmente intervenuti nella parte investigativa perché quella, obiettivamente, c'era preclusa dalle norme in vigore.

PRESIDENTE. Non è così; abbiamo visto che le norme in vigore non precludevano niente, ma comunque parlarne adesso è inutile. Non è stato fatto.
La parola all'onorevole Motta.

CARMEN MOTTA. Grazie, presidente.
Generale, come confermato anche dal dottor Giusti, abbiamo saputo da Tedesco che lo stesso aveva appreso di minacce di morte a Ilaria prima che i due venissero uccisi. Questo succede il 18 marzo 1994, in un incontro convocato dal Sismi all'hotel Sahafi a Mogadiscio sud. Le risulta questa notizia? Le risulta, inoltre, se siano state prese precauzioni a seguito di questa informazione?
Lei dice che dopo non si può intervenire; d'accordo, ma prevenire sì, si può fare.

CESARE PUCCI. Chiedo scusa, ma non ho capito bene la domanda. Lei vuol sapere se sono a conoscenza di una riunione?

CARMEN MOTTA. Tedesco ha dichiarato alla Commissione - e questa costa è stata confermata anche da Giusti - di aver appreso di possibili minacce rivolte alla giornalista a Bosaso.
Questa notizia è stata appresa, ovviamente, prima dell'omicidio. Questa notizia è confermata in quanto, in qualche modo, se ne è dato conto in un incontro convocato dal Sismi presso l'hotel Sahafi.

CESARE PUCCI. Dal Sismi? Sarebbe Tedesco, allora, che l'ha convocato.

CARMEN MOTTA. Sì, certo.

CESARE PUCCI. Evidentemente, aveva fatto una riunione per vedere di...

CARMEN MOTTA. Ma a lei risulta? Qualcuno le ha comunicato questa notizia?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Onorevole Motta, non può risultare per la stessa ragione per la quale non risultano le altre cose; infatti, nella famosa lettera in cui Tedesco, da militare, dà la comunicazione, è stata cancellata un'altra frase: «La giornalista italiana avrebbe ricevuto minacce di morte anche a Bosaso il giorno 16 ultimo scorso». Questa frase è cancellata e non è riportata nel dattiloscritto che è arrivato al generale Pucci. Capito, generale, per quale motivo lei non sa le cose? Non le sa per questo!


Pag. 23

ELETTRA DEIANA. È gravissimo!

PRESIDENTE. Certo, è di una gravità enorme.
Generale, il ragionamento che stava facendo l'onorevole Motta è questo: se voi dite di non poter intervenire dopo il fatto, in quanto si tratta di attività di polizia giudiziaria, è vero che, avendo ricevuto delle informazioni in precedenza, sareste dovuti intervenire prima. E invece no, qui non si interviene prima e addirittura, per non farvi intervenire, si cancella un pezzo di informativa! E dopo non si fa niente, perché non si deve fare niente! Questo è il fatto, generale.

CARMEN MOTTA. Presidente, ha riassunto il mio pensiero.

ELETTRA DEIANA. Generale, vorrei farle un'altra domanda. Alberizzi, il giornalista del Corriere della Sera che ha seguito tutta la vicenda, ha riferito che a Bosaso il Sismi aveva - cito testualmente - «un'antenna, una gola profonda, ovvero un informatore conosciuto come l'avvocato».
Potrebbe trattarsi del fratello del sultano di Bosaso, di un collaboratore di Mugne o di chi altri? Lei che cosa può riferire su questa notizia?

CESARE PUCCI. Io di questa antenna, francamente, non so niente, né degli informatori che aveva la seconda divisione in Somalia. Gli informatori erano appannaggio delle divisioni, non venivano riportati al servizio, anche perché l'informatore andava protetto; se un individuo fosse stato scoperto nella zona come informatore del Sismi, sarebbe stato in pericolo di vita. Di conseguenza, i nomi degli informatori non venivano divulgati; anche nelle comunicazioni che arrivavano a me, si diceva sempre «un informatore»; magari, potevano aggiungere «degno di fiducia» oppure «non degno di fiducia», ma quasi mai, anzi mai, veniva si riportava il nome, la località o notizie tali da individuare l'informatore. Per quanto riguarda l'antenna, può darsi che ce l'avesse.

ELETTRA DEIANA. Neanche in colloqui successivi con i suoi collaboratori ha mai saputo nulla?

PRESIDENTE. No.

ELETTRA DEIANA. Proprio una compartimentazione totale!

CESARE PUCCI. Sì, da questo punto di vista c'era la compartimentazione.

PRESIDENTE. Ma allora, se c'è compartimentazione, il capo del servizio a cosa serve?

CESARE PUCCI. A trovarsi in queste situazioni...

PRESIDENTE. Per carità, la mia è una domanda da cittadino, non da tecnico: se c'è compartimentazione al punto tale che lei non sa niente, che quando dovrebbe sapere qualcosa cassano le informazioni, allora il capo del servizio che fa?

CESARE PUCCI. Credo che sia parzialmente vero. Questa domanda è lecita.

PRESIDENTE. Generale, voglio fare una proposta di abolizione dei servizi segreti, perché spendiamo tanti soldi e poi...

CESARE PUCCI. Ultimamente hanno dato buoni risultati, però.

PRESIDENTE. Certo! Con i soldi che abbiamo pagato, lo credo bene.

ELETTRA DEIANA. Generale, il colonnello Tunzi, nel corso del suo esame testimoniale ha dichiarato che mentre si imbarcava sull'elicottero insieme alle salme dei due giornalisti, l'agente del Sismi Tedesco gli disse che si sarebbe occupato di fare accertamenti presso gli ospedali per individuare i feriti. Tra l'altro Tedesco, nei suoi appunti, ha segnalato la possibilità dell'esistenza di uomini del commando che erano rimasti feriti. A lei è mai stata riferita questa circostanza?


Pag. 24

CESARE PUCCI. No, mai.

ELETTRA DEIANA. Lo svolgimento di quest'attività d'indagine non risulta in nessun atto del Sismi?

CESARE PUCCI. No. Sto scoprendo quello che state scoprendo voi ora.

ELETTRA DEIANA. La ringrazio.

PRESIDENTE. La parola all'onorevole Schmidt.

GIULIO SCHMIDT. Grazie, presidente. Generale, prima dell'omicidio di Ilaria Alpi, c'erano stati due avvenimenti importanti, in Somalia: l'uccisione del maresciallo Li Causi e l'attentato - fortunosamente non risoltosi in un omicidio - ai danni del funzionario Oliva, inviato sul posto per fare chiarezza sull'attività di Giancarlo Marocchino (così risulta dalle testimonianze).
Quindi, prima ancora della vicenda Alpi, c'erano due motivi significativi per approfondire una serie di temi, che sono sempre gli stessi: traffico d'armi e traffico di rifiuti radioattivi, attività della cooperazione, personaggi, uomini più o meno noti che avevano a che fare, presumibilmente, con questi filoni. Sul maresciallo Li Causi, lei che cosa conosce?

CESARE PUCCI. Li Causi, secondo i dati che mi sono stati comunicati, è stato ucciso in un'azione a fuoco contro una colonna che stava scortando con altri. La colonna avrebbe dovuto essere una colonna di rifornimenti per le truppe. È indubbiamente un'azione anomala, quella di Li Causi: non doveva fare da scorta, però può darsi - questo non l'ho mai saputo - che sia stato messo in quella condizione per mancanza di uomini o altro. L'azione di fuoco è stata improvvisa, Li Causi è saltato giù dall'autocarro ed è stato colpito da un proiettile sotto l'ascella, sotto il giubbotto di sicurezza, in maniera analoga a quanto è successo per il pilota italiano, qualche mese fa in Iraq.
Non vi è stata, dunque, un'attenzione specifica sull'omicidio, in quanto abbiamo avuto l'impressione che fosse un incidente in combattimento, tant'è vero che a Li Causi - fui io a proporlo - fu data un riconoscimento militare come caduto in combattimento.

PRESIDENTE. C'è chi la pensa diversamente, però.

CESARE PUCCI. Sì, lo so. Io ho detto la mia versione, quel che risulta a me personalmente.
Invece, molto preoccupante - e anche abbastanza difficile da risolvere - è stato il caso dell'uccisione di due soldati italiani (non ricordo se fossero paracadutisti o del battaglione San Marco) che facevano jogging nel porto di Mogadiscio. Qualcuno ha sparato dei colpi di fucile e li ha uccisi. Erano in quattro, due sono rimasti colpiti e due si sono salvati. Anche questo episodio è rimasto estremamente misterioso.

GIULIO SCHMIDT. In che mese è avvenuto?

CESARE PUCCI. Credo che fosse agli inizi del 1993, febbraio o marzo.

GIULIO SCHMIDT. Quindi, in successione, vi è stato prima l'attentato ai due soldati poi - se non ricordo male - il maresciallo Li Causi e infine Oliva?

CESARE PUCCI. Sì. Dunque, avevamo la sensazione che vi fosse qualcuno che comunque prendeva di mira gli italiani. Abbiamo fatto anche degli accertamenti; io ho chiesto di avere notizie. Non mi sono state date in maniera soddisfacente ma non posso presumere che non l'abbiano fatto (mi riferisco all'aver raccolto notizie).

GIULIO SCHMIDT. Che incarico aveva Li Causi?

CESARE PUCCI. Li Causi faceva parte della settima divisione.

PRESIDENTE. Gladio!


Pag. 25

CESARE PUCCI. Esatto. Però, dopo lo scioglimento di Gladio, Li Causi, come molti altri (la settima divisione l'ho sciolta io come direttore del servizio, su input del ministro della difesa, che era Fabbri, e non era più Andò), faceva comunque parte del servizio. Oltretutto, Li Causi era un elemento particolarmente idoneo ad un'azione in ambiente pericoloso come quello che si prospettava in Somalia. In altre parole, era una persona operativamente valida, da impiegare proprio in situazioni estreme. Quindi, non è stato dato alcun significato particolare alla morte di Li Causi perché caduto in combattimento, così come abbiamo perso un tenente al checkpoint Pasta. Diverso è il caso dell'uccisione dei due soldati perché ci hanno dato la sensazione che ci fosse l'idea di prendersela con gli italiani, o comunque che questi due, correndo, erano finiti in una zona in cui non dovevano andare. Questo l'abbiamo appurato dalla dinamica. Non abbiamo avuto altre sensazioni, perché non abbiamo neanche capito che cosa ci poteva essere in quella zona.

PRESIDENTE. Ilaria Alpi lo conosceva?

CESARE PUCCI. Non lo so.

GIULIO SCHMIDT. Le risulta che Li Causi dai primi del 1992 in avanti fosse particolarmente informato dell'attività della cooperazione sui relativi finanziamenti e pagamenti? Li Causi poteva essere un soggetto ben informato capace di dare informazioni ad Ilaria Alpi prima di partire per la Somalia?

CESARE PUCCI. Poteva. Questo bagaglio di informazioni di Li Causi a me sfuggono completamente. Io non posso dire che cosa avesse appurato Li Causi.

GIULIO SCHMIDT. Li Causi non fece mai delle informative?

CESARE PUCCI. No, che sappia io no. Li Causi, tra l'altro, era una persona che conoscevo perché era stato impiegato addirittura come scorta.

PRESIDENTE. Che cosa doveva fare Li Causi il giorno in cui è stato ucciso?

CESARE PUCCI. Scortare la colonna, e reagire. Quando hanno aperto il fuoco - questi sono i racconti che mi hanno fatto - contro la colonna, Li Causi è saltato dall'autocarro in cui si trovava, saltando ha alzato un braccio e in quel momento si dice che un colpo lo abbia ferito nel fianco.

PRESIDENTE. A lei risulta che Li Causi dovesse essere sentito di lì a qualche giorno dalla procura di Trapani sull'indagine Scorpione che si stava svolgendo?

CESARE PUCCI. Non mi risulta.

PRESIDENTE. E che dovesse essere sentito?

CESARE PUCCI. Non mi ricordo.

PRESIDENTE. Non vi era arrivata una comunicazione?

CESARE PUCCI. Non mi era arrivata alcuna comunicazione.

PRESIDENTE. Torniamo ai rifiuti. Che cosa sa dei rifiuti tossici o radioattivi esitati in Somalia? Tra l'altro, proprio in queste ore c'è un comunicato stampa da cui risulta che questo fenomeno dello tsunami avrebbe fatto emergere dal fondo, in molte parti della Somalia, un sacco di rifiuti tossici, e non si sa se siano anche radioattivi. Perciò, anche attraverso qualche dispaccio di agenzia, siamo stati invitati ad interessarci, non certo dello tsunami, ma di questi esiti. Nessuno di noi ha mai avuto dubbi sul fatto che si sia fatto, e forse si faccia, traffico di rifiuti tossici, radioattivi e quant'altro. Il problema non è questo per la nostra Commissione, ma è quello di stabilire se con questi traffici ci possa essere un collegamento con la vicenda che ci interessa. Però la certezza è abbastanza consistente.


Pag. 26


Vi siete mai interessati di questi problemi legati ai traffici di rifiuti tossici o radioattivi dall'Italia, o attraverso l'Italia, verso la Somalia?

CESARE PUCCI. No, io non me ne sono mai occupato. Ma c'è di più. Ritengo che era difficile, trattandosi di trasporti molto complessi, in una situazione come quella della Somalia, far arrivare dei rifiuti sul territorio somalo in maniera adeguata.

PRESIDENTE. Con i container non serviva...

CESARE PUCCI. In Somalia non c'era un posto in cui arrivassero i container, se non organizzato dai militari, in quel periodo.

PRESIDENTE. Anche a Bosaso?

CESARE PUCCI. A Bosaso non lo so. Io parlo di Mogadiscio.

PRESIDENTE. Perché a Mogadiscio non poteva essere possibile?

CESARE PUCCI. Perché il porto era quasi non agibile.

PRESIDENTE. Nel periodo in cui eravate voi; ma prima e dopo?

CESARE PUCCI. Prima e dopo non lo so.

PRESIDENTE. Quindi, lei non ha nessuna notizia su questa materia.
Lei, sicuramente, conosceva il generale Loi e il generale Fiore che si sono succeduti nel comando del contingente italiano. Tra l'altro il generale Fiore si è anche personalmente esposto con una dichiarazione nella quale ha affermato quale secondo lui era la causale dell'omicidio. È una dichiarazione rilasciata alla stampa il giorno stesso dell'omicidio. Lei ha mai parlato con questi alti ufficiali della vicenda di Ilaria Alpi e, se sì, ne ha tratto motivo di qualche consapevolezza in più?

CESARE PUCCI. Con Loi non ho mai parlato, con Fiore sì.

PRESIDENTE. Che cosa le ha detto Fiore?

CESARE PUCCI. Ora non mi ricordo esattamente.

PRESIDENTE. Quando gli ha parlato? A ridosso dell'uccisione?

CESARE PUCCI. Gli ho parlato perché si dà il caso che lui sia stato alle mie dipendenze come comandante di brigata quando io comandavo il corpo d'armata. Lui doveva avere dei permessi da parte mia per andare a certe audizioni a cui era stato convocato per questa vicenda.
Secondo lui erano ancora in ballo tutte le teorie sulla morte di Ilaria Alpi che sono rimaste sul tappeto, cioè: i soliti fondamentalisti islamici, la criminalità,...

PRESIDENTE. Insomma, non le ha dato alcuna indicazione concreta.

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Ha mai avuto contatti con i vertici Unosom?

CESARE PUCCI. No. Ma Vezzalini è venuto a Roma e mi è venuto a salutare.

PRESIDENTE. Gli ha chiesto qualcosa sull'omicidio di Ilaria Alpi?

CESARE PUCCI. No, perché è venuto prima.

PRESIDENTE. Dopo non lo ha sentito?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Ma non vi è venuta la curiosità, come servizi segreti, di andare a sentire le persone che stavano sul posto (Fiore stava lì, Loi c'era stato) per capire, per ricostruire... o i vertici Unosom che si conoscevano, tra i quali c'era Vezzalini, o


Pag. 27

i vertici italiani... Come mai non si fa un giro di opinione per capire qualche cosa?

CESARE PUCCI. Il giro d'opinioni è stato fatto. Come ha visto ci sono addirittura delle segnalazioni. Certamente, sono state svolte delle informative.

PRESIDENTE. Loro, ma il problema era quello che voi dovevate raccogliere altre informazioni di vostra iniziativa, invece voi aspettate le notizie, e non le andate a cercare.
Ha mai parlato di questa vicenda con l'ambasciatore Scialoja?

CESARE PUCCI. Personalmente, no.

PRESIDENTE. Ha mai sentito parlare di una certa signora Starlin?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Conosce Giancarlo Marocchino?

CESARE PUCCI. Personalmente no. L'ho sentito nominare.

PRESIDENTE. Era un vostro confidente?

CESARE PUCCI. No. Era un factotum per il contingente, soprattutto con riferimento ai trasporti.

PRESIDENTE. E dava anche informazioni, che a lei risulti?

CESARE PUCCI. Penso che a Tedesco abbia anche dato delle informazioni.

PRESIDENTE. Era pagato per queste informazioni?

CESARE PUCCI. Non lo posso dire, perché Tedesco era autonomo.

PRESIDENTE. Che lei sappia, Marocchino ha mai avuto rapporti con il Sismi in Italia?

CESARE PUCCI. Autorizzato da me, no.

PRESIDENTE. Con qualcuno dei servizi, ad esempio con Rajola?

CESARE PUCCI. No, credo di no.

PRESIDENTE. Lei sa quali fossero i rapporti tra Rajola e Marocchino?

CESARE PUCCI. Si conoscevano.

PRESIDENTE. Erano in buoni rapporti di amicizia?

CESARE PUCCI. Amicizia? Non credo.

PRESIDENTE. Di buona vicinanza?

CESARE PUCCI. Sì.

PRESIDENTE. Lei sa che Marocchino è stato coinvolto in traffici di armi, oppure al Sismi non risulta nemmeno questo?

CESARE PUCCI. Credo che Marocchino sia stato coinvolto in tutti i traffici.

PRESIDENTE. I traffici sono quelli di armi, e gli altri traffici quali sono?

CESARE PUCCI. Traffici di qualsiasi tipo, materiale vario.

PRESIDENTE. Anche rifiuti.

CESARE PUCCI. Questo non lo so.

ELETTRA DEIANA. Da dove ricava queste notizie? Sono sue deduzioni, oppure?

CESARE PUCCI. Molte sono mie deduzioni. Da dieci anni non penso al Sismi per niente. Quando ho chiuso sono venuto via sereno e oggi riprendo mentalmente il rapporto con il Sismi.

PRESIDENTE. Dunque, Marocchino faceva traffico di armi, e traffico di tutto.


Pag. 28

CESARE PUCCI. Non ho detto che facesse traffico di armi, ma traffico di tutto.

PRESIDENTE. Rajola glielo permetteva?

CESARE PUCCI. Lo faceva.

PRESIDENTE. Ma Rajola non stava lì?

CESARE PUCCI. Rajola stava lì, ma che significa «glielo permetteva»?

PRESIDENTE. Scusi, generale, Rajola era il capo divisione della seconda divisione, con la propaggine di Giusti nel centro di Mogadiscio? Quindi, se lei oggi dice che Marocchino faceva il traffico di armi...

CESARE PUCCI. Non l'ho detto.

PRESIDENTE. Risulta dalle informative.

CESARE PUCCI. Era un traffichino terribile.

PRESIDENTE. Agli atti del Sismi risulta che questo faceva traffico di armi.

CESARE PUCCI. E allora lo faceva.

PRESIDENTE. Inoltre c'è anche un'altra cosa: come lei sa ha avuto un procedimento penale qui a Roma per traffico di armi. Fu cacciato via da Mogadiscio perché faceva traffico di armi e gli americani lo cacciarono via fino a quando non fu archiviato il procedimento e quindi lui tornò a Mogadiscio. Dunque, è pacifico che facesse traffico di armi o, almeno, è pacifico secondo le informative, poi io non l'ho visto e non lo so. Se così stanno le cose Rajola Pescarini, che non poteva non sapere queste cose, sicuramente ne sapeva più di lei e di me messi insieme, oggi (ma lei doveva saperne più di tutti, prima).
Allora, che cosa faceva lui? Gli faceva fare il traffico di armi? E perché? Perché faceva comodo al contingente? Perché dava le informazioni? Perché Marocchino aveva questa libertà d'azione?

CESARE PUCCI. Perché lo faceva di nascosto.

PRESIDENTE. Di nascosto? Ma allora i servizi segreti che ci stanno a fare? Ma se i servizi segreti non scoprono quello che viene fatto di nascosto, a che cosa servono i servizi segreti?

CESARE PUCCI. C'è una linea che lei sta seguendo, rispetto alla quale io rimango sbilanciato e fuori linea. Il motivo è semplice. Infatti, lei dice: ma Rajola cosa ha fatto? L'ha consentito?

PRESIDENTE. Non so se l'ha consentito. Quello l'ha fatto, poi si tratta di vedere.

CESARE PUCCI. Probabilmente si veniva a sapere che faceva traffico di armi ma non è mai stato pescato con le mani nel sacco.

PRESIDENTE. Non è vero perché Marocchino è stato colto con le mani nel sacco. È stata fatta una perquisizione a casa sua a Mogadiscio, e hanno trovato le armi. Poi, nonostante siano state trovate le armi e sia stato fatto il verbale che quelle erano le armi, la procura di Roma ha archiviato. Inoltre, il signor Marocchino è rientrato a Mogadiscio, da dove era stato cacciato dagli americani, sul presupposto che il processo era stato archiviato e invece sarebbe stato archiviato cinque-sei mesi dopo, per cui era bastata la formulazione della richiesta di archiviazione, che poteva essere respinta dal giudice, perché lui rientrasse immediatamente in Somalia. Ciò denota un particolare atteggiamento di benevolenza nei confronti di Marocchino che noi, a pensar male - che, come si dice, si fa peccato, ma qualche volta ci si azzecca - pensiamo che abbia avuto la possibilità di rappresentare bene le sue ragioni difensive, attraverso il generale Rajola, all'autorità giudiziaria.


Pag. 29


Dunque, la sua obiezione circa il fatto che non siano state mai trovate armi non è esatta, perché le armi sono state trovate.

CESARE PUCCI. Non posso rispondere in riferimento ad una affermazione di questo tipo perché è un dato di fatto, e lo prendo per quello che è.

PRESIDENTE. Prego, onorevole De Brasi.

RAFFAELLO DE BRASI. Lei prima ha fatto un'affermazione: ha detto che Rajola Pescarini conosceva Marocchino. Da dove le deriva quest'informazione che lei ci dà? È stato Rajola a dirglielo?

CESARE PUCCI. Sì. Di Marocchino me ne ha parlato Rajola.

RAFFAELLO DE BRASI. Vorrei capire se vi era una conoscenza delle due persone. Queste due persone si erano mai incontrate?

CESARE PUCCI. Credo che si siano incontrate. Credo, però non lo so. Comunque, di Marocchino abbiamo parlato abbondantemente, tant'è vero che abbiamo anche ipotizzato alcune azioni di contenimento di questa faccenda, anche perché non era possibile - qui sembra strano, ma è così - intervenire contro un cittadino nel momento in cui non avevamo nulla di legale in mano per poter intervenire. In un paese dove non esisteva uno Stato, dove non esisteva una legge, dove non esisteva una corte, era molto difficile compiere un'azione di questo tipo.

RAFFAELLO DE BRASI. Vorrei sapere se è stato Rajola Pescarini a dirle che conosceva, e non per sentito dire, quindi personalmente, Marocchino.

CESARE PUCCI. Ha parlato moltissimo di Marocchino, e quindi ho supposto che lo conoscesse personalmente.

RAFFAELLO DE BRASI. È stata, quindi, una sua supposizione?

CESARE PUCCI. Certo.

ELETTRA DEIANA. Lei ha parlato di un'azione di contenimento, in che senso?

CESARE PUCCI. Più che di contenimento, si è trattata di un'azione di controllo.

ELETTRA DEIANA. Rajola le ha fornito tutta una serie di informazioni precise sull'attività di questo signore?

CESARE PUCCI. Non in maniera concreta. Mi è stato detto che era un...

ELETTRA DEIANA. Trafficante.

CESARE PUCCI. Tra l'altro, nel contingente vi era chi aveva una stima profonda di Marocchino.

ELETTRA DEIANA. Su questa circostanza abbiamo già fatto delle domande.
Lei sa se Marocchino svolgesse un servizio di informazioni e di collaborazione con il Sismi? Ciò spiegherebbe l'atteggiamento di tolleranza nei suoi confronti da parte di Rajola.

CESARE PUCCI. Non glielo posso dire perché gli informatori erano di competenza esclusiva della divisione. Quindi, non so se Marocchino facesse attività informativa per la divisione.

ELETTRA DEIANA. Qualcuno ci ha detto - adesso non ricordo chi - che, senza l'aiuto non solo logistico ma anche informativo di Marocchino, il contingente italiano non avrebbe potuto dislocarsi a dovere in loco.

CESARE PUCCI. Questa, ad esempio, era l'opinione del generale Fiore e di altri, cioè che Marocchino fosse una persona preziosa. E questo può essere vero.

ELETTRA DEIANA. Per la sua conoscenza delle pratiche militari e delle convenienze militari, è possibile che si siano taciute responsabilità precise di Marocchino


Pag. 30

in merito ai suoi traffici per poter usufruire più agevolmente delle sue competenze sul territorio (magari anche mettendo la sordina in vista dell'inchiesta che ha fatto la procura di Roma?). Ha capito la domanda? Cioè, i servizi possono avere agito in qualche modo, per convenienze politiche?

CESARE PUCCI. No.

ELETTRA DEIANA. Lo fanno i servizi, non è che non lo fanno.

CESARE PUCCI. Lo possono fare, ma non credo in questo caso.

ELETTRA DEIANA. Questo però contrasta con quello che lei ha detto, circa il fatto che lei e Rajola Pescarini avete deciso insieme di operare per contenere questo signore. Vuol dire che avevate delle preoccupazioni, comunque.

CESARE PUCCI. Preoccupazioni no, assolutamente. Per me Marocchino era una persona che operava ai margini della società somala.

ELETTRA DEIANA. Anche ai margini della legalità.

CESARE PUCCI. Sì, ma non si era mai riusciti veramente a...

ELETTRA DEIANA. Insomma: gli sono state trovate le armi in casa e gli americani l'hanno mandato via per traffico di armi. C'erano degli elementi fattuali, e non vi erano solo supposizioni. A noi interessa capire se c'era una copertura dei servizi al fine di garantirsi i servizi di Marocchino.

CESARE PUCCI. No, assolutamente no.

PRESIDENTE. Se il signor Marocchino rientra in Somalia cinque o sei mesi prima dell'archiviazione del suo processo, quando era già stata formulata la richiesta... Allora, io dico che nessuno ti può dire che è stata formulata una richiesta di archiviazione se non qualcuno che è in grado di tenere questo contatto. Allora, non è che gli americani sono poco concreti, come abbiamo visto, ma per far rientrare Marocchino solo sulla basse di una cosa che era ancora eventuale, perché il giudice poteva benissimo respingere l'archiviazione, e ne avrebbe avuto tutti i motivi perché c'era una verbale di perquisizione con il sequestro delle armi... Ha capito la ragione della nostra perplessità?

CESARE PUCCI. Sì, è chiaro.

PRESIDENTE. E allora, come può accadere questo se non si ha una copertura o una capacità di interlocuzione? Ciò, naturalmente, nella vostra ottica, può essere perfettamente giustificato dal fatto che - come diceva l'onorevole Deiana - ci sia un rapporto di collaborazione informativa (vi sono interessi superiori che premono e che determinano questo tipo di rapporti). Lei è a conoscenza di queste cose, o no? questo cose accadono o non accadono?

CESARE PUCCI. Possono succedere, ma non ne sono a conoscenza.

ELETTRA DEIANA. Ma come non ne è a conoscenza?

PRESIDENTE. Va bene, questo è un servizio così...

CESARE PUCCI. Devo dire che ne ero a conoscenza?

PRESIDENTE. No, cassavano le informative che le erano dirette, e lei non sapeva niente! Poi, quando non ha fatto loro più comodo, perché magari lei cominciava a capire qualcosa, l'hanno tolta. Ha capito?
Prego, onorevole Schmidt.

GIULIO SCHMIDT. Sempre con riferimento a questo colloquio tra lei e Rajola Pescarini, lei ricorda in particolare i fatti rilevanti che le espose Rajola in questa


Pag. 31

analisi del personaggio? Quale linea seguì Rajola nel sottoporle il caso di Marocchino? Ne ha ricordo?

CESARE PUCCI. Vagamente, però tento di ricostruire. Rajola mi parlò di Marocchino.

GIULIO SCHMIDT. Quando?

CESARE PUCCI. Non riesco a collocarlo temporalmente. Approssimativamente verso la fine del 1993.
Ero stato compagno di accademia di Rajola, e tra noi c'era un rapporto tale per cui poteva anche scappare una battuta. E fece una battuta, e mi disse chi era secondo lui Marocchino. Non la posso ripetere, e quindi non la ripeto.

GIULIO SCHMIDT. Non la può ripetere perché non se la ricorda oppure la ricorda ma è una cosa volgare?

CESARE PUCCI. È una cosa volgare. In un certo senso, Marocchino veniva presentato non come una specie di criminale, ma come una specie di persona un po' fuori dall'ordinario, che si comportava in maniera particolare.

PRESIDENTE. Straordinaria.

CESARE PUCCI. Straordinaria nel senso che non tutte le persone si comportano così.

GIULIO SCHMIDT. Un uomo per tutte le stagioni?

CESARE PUCCI. Un uomo per tutte le stagioni, ma non solo. Rajola, per esempio, mi disse che Marocchino aveva cominciato la sua carriera impadronendosi di un certo numero di autocarri che erano stati lasciati sul territorio dall'organizzazione della cooperazione.

PRESIDENTE. Quello era un'allenamento.

CESARE PUCCI. Era un bel furto. Bisogna anche pensare una cosa: che questi autocarri erano stati lasciati in un deposito a marcire. Marocchino ha fatto un lavoro di cannibalizzazione.

GIULIO SCHMIDT. Come si fa quando si va in discarica.

CESARE PUCCI. Così, ha ricostruito una piccola flotta di autocarri. Quando tutto è collassato in Somalia, a Mogadiscio, la piccola flotta di autocarri è rimasta l'unica forza di trasporto esistente.

PRESIDENTE. Era uno che aveva imparato bene l'arte di arrangiarsi.

GIULIO SCHMIDT. Che lei si ricordi, questo scambio con Rajola nacque per caso o Rajola venne apposta a parlarle di Marocchino?

CESARE PUCCI. Nacque per caso. Parlando della situazione in generale si parlò anche di Marocchino.

GIULIO SCHMIDT. Il fatto degli autocarri è un fatto preciso. Ricorda poi qualche altro elemento rilevante che le comunicò Rajola?

CESARE PUCCI. No. Mi disse solo che era disponibile per qualsiasi cosa. Di Marocchino me ne parlò anche il generale Fiore, dopo.

GIULIO SCHMIDT. Dopo l'uccisione di Ilaria, o prima?

CESARE PUCCI. Dopo, molto dopo, perché ero già comandante del III corpo d'armata, e Fiore era un mio dipendente. Fiore mi parlò di Marocchino come di una brava persona, di una persona di cui ci si può assolutamente fidare, esattamente all'opposto di Rajola.

PRESIDENTE. C'era una diversità di opinione: Fiore considerava Marocchino una brava persona, Rajola invece la pensava diversamente.


Pag. 32

CESARE PUCCI. Il motivo probabilmente stava in questo: che Rajola conosceva i traffici di Marocchino, mentre Fiore conosceva il supporto che Marocchino forniva.

PRESIDENTE. Insomma, la parte nobile?

CESARE PUCCI. Nobile? Non credo.

GIULIO SCHMIDT. Vorrei che lei facesse uno sforzo di memoria: quando si sono incontrati, si sono incontrati in Italia o in Somalia?

CESARE PUCCI. Secondo me, si sono incontrati in Somalia, non credo in Italia, però non sono sicuro.

PRESIDENTE. Ci sono delle testimonianze del colonnello Attanasio e del colonnello Ventaglio secondo le quali, attraverso la collaborazione di un capitano della polizia somala, Mohallin Ismail Mohamed, sarebbe stato possibile arrestare i responsabili dell'omicidio di Li Causi nei giorni immediatamente successivi. Le risulta questa notizia? Le risulta che Giusti si sarebbe opposto e avrebbe bloccato l'arresto di queste persone sul rilievo che se ne sarebbero occupati loro, del Sismi?

CESARE PUCCI. No, nella maniera più assoluta.

PRESIDENTE. Non le risulta, o la nega?

CESARE PUCCI. Non mi risulta.

PRESIDENTE. Non sa nulla?

CESARE PUCCI. Non so nulla.

PRESIDENTE. Ha conosciuto qualcuno della polizia somala?

CESARE PUCCI. No, anche se ho avuto notizia della costituzione della polizia somala, che, fra l'altro, veniva vestita con residui di uniformi italiane.

PRESIDENTE. Ha mai saputo chi fosse Gas Gas?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Ha mai sentito nominare il colonnello Gilao?

CESARE PUCCI. Sì.

PRESIDENTE. Chi era? Era un vostro informatore?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. L'ha detto Rajola.

CESARE PUCCI. Un suo informatore.

PRESIDENTE. Dico vostro perché parlo del Sismi, anche perché penso che non ci sia la compartimentazione.

CESARE PUCCI. So chi era Gilao, e l'ho incontrato anche il giorno in cui incontrai Ali Mahdi. Era nello stesso ufficio, presente al nostro colloquio. Gilao era praticamente il capo della polizia di Ali Mahdi. Di più non so.

PRESIDENTE. Lei ha sicuramente sentito parlare del checkpoint Pasta, e sa che a seguito di quello che accadde ci fu una trattativa per capire che cosa dovesse essere dato in cambio per la riconsegna del checkpoint. Le risulta che il Sismi si sia interessato di questa trattativa, o no?

CESARE PUCCI. Non mi risulta.

ELETTRA DEIANA. Rajola ha parlato di una sua mediazione perché fosse restituito il checkpoint Pasta.

CESARE PUCCI. Mia?


Pag. 33

ELETTRA DEIANA. Non sua, ma di Rajola stesso.
Dunque, lei non sa che cosa Rajola abbia dato perché fosse restituito il checkpoint?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Avete mai analizzato la possibilità che ci fosse un collegamento fra la questione del checkpoint Pasta e l'uccisione di Ilaria Alpi?

CESARE PUCCI. In assoluto, non ho mai avuto la sensazione che ci fosse un collegamento. So che il checkpoint Pasta fu un errore.

PRESIDENTE. Ha mai sentito nominare, o ha mai conosciuto, la signora Faduma Aidid?

CESARE PUCCI. L'ho sentita nominare, ma non l'ho mai conosciuta.

PRESIDENTE. Sa che attraverso intercettazioni telefoniche acquisite agli atti attraverso la procura di Asti, la donna accusa il generale Rajola di essere uno dei mandanti dell'omicidio dei due giornalisti italiani?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Ha mai sentito nominare Franco Giorgi?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. E Giorgio Giovannini?

CESARE PUCCI. Nemmeno.

PRESIDENTE. Due trafficanti di armi noti in tutta Italia e, forse, per molta parte all'estero, non sono conosciuti come tali dal Sismi.
Lei prima ha parlato della settima divisione e, in relazione ad un passaggio fra la seconda e la settima divisione...

CESARE PUCCI. Era la terza divisione.

PRESIDENTE. La seconda divisione è quella di Rajola, e la terza?

CESARE PUCCI. È quella di un capitano di vascello.

PRESIDENTE. Qual era Gladio?

CESARE PUCCI. Era la settima divisione.

PRESIDENTE. Ma la settima era: situazioni?

CESARE PUCCI. No.

PRESIDENTE. Che cos'era la settima?

CESARE PUCCI. A questo punto, sono confuso. La terza era situazioni.

PRESIDENTE. E la settima?

ELETTRA DEIANA. Prima ha parlato dei due feriti all'ospedale, e ha fatto riferimento alla settima. Perché?

CESARE PUCCI. Vi ho fatto riferimento non per i due caduti, ma per Li Causi.

ELETTRA DEIANA. No, era per i due feriti del commando.

CESARE PUCCI. I due feriti del commando...

PRESIDENTE. I due feriti del commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. A chi fu demandata l'indagine sulla loro presenza presso l'ospedale di Mogadiscio? Non la faceste proprio!

CESARE PUCCI. Penso che l'abbiano fatta. Fu demandata, anche se non ho memoria di questa faccenda.

ELETTRA DEIANA. Lei ha detto che l'informativa sui due feriti del commando era stata mandata alla terza divisione e al secondo reparto. Poi, ha detto che il secondo reparto è la settima.


Pag. 34


Questo è quello che lei prima ha detto, generale.

CESARE PUCCI. Io?

ELETTRA DEIANA. Ho capito così.

PRESIDENTE. Gladio si è mai interessata di Ilaria Alpi? Non è che il fascicolo Alpi stava alla settima?

CESARE PUCCI. No

GIULIO SCHMIDT. Generale, lei ha continuato a seguire la vicenda Ilaria Alpi?

CESARE PUCCI. No, dai giornali.

GIULIO SCHMIDT. Non le è mai capitato di avere dei colloqui con dirigenti al suo livello, o comunque attendibili, che magari le dissero che erano certi sull'accaduto?

CESARE PUCCI. Il giorno dopo che sono uscito dal Sismi non ho più avuto rapporti se non amministrativi o di amicizia, e non ho parlato con nessuno.

GIULIO SCHMIDT. È mai stato contattato da giornalisti che indagavano sulla morte di Ilaria Alpi?

CESARE PUCCI. No, mai.

PRESIDENTE. Fortunato, lei. Prego, onorevole Deiana.

ELETTRA DEIANA. Poco tempo prima che Ilaria morisse, due soldati italiani che facevano jogging nel porto furono uccisi.

CESARE PUCCI. Ne ho parlato prima.

ELETTRA DEIANA. Sì, ma c'è un'altra versione: lei ha detto che sono stati ammazzati dai somali.

CESARE PUCCI. Non è detto che fossero somali.

ELETTRA DEIANA. No, ma c'è un'informativa di Tedesco che dice che furono uccisi da fuoco amico. A lei risulta?

CESARE PUCCI. È un'ipotesi che è stata fatta. Sono tutte supposizioni.

ELETTRA DEIANA. Ma non è stata fatta un'inchiesta per capire come fossero morti i due militari?

CESARE PUCCI. Sì, ma non si è arrivati a niente.

ELETTRA DEIANA. Anche qui i servizi coprono?

CESARE PUCCI. Pare che ci fossero delle truppe malesi schierate - c'erano anche quelle nell'Unosom - pronte per la partenza. Si pensa che siano stati loro ad uccidere questi due. Questa è una delle ipotesi.

ELETTRA DEIANA. Per un incidente?

CESARE PUCCI. No.

ELETTRA DEIANA. Apposta?

CESARE PUCCI. Sì.

ELETTRA DEIANA. E non è stata svolta nessuna inchiesta?

CESARE PUCCI. Sì, è stata fatta un inchiesta su una nave che stava in mezzo all'oceano.

ELETTRA DEIANA. L'informativa di Tedesco parla di fuoco amico, ma in maniera generica. Lei, invece, parla di un delitto volontario?

CESARE PUCCI. Per me è un delitto volontario.

ELETTRA DEIANA. Sì, ma è una sua idea oppure ha qualche base?

CESARE PUCCI. È una mia idea.


Pag. 35

ELETTRA DEIANA. Non ci sono elementi?

CESARE PUCCI. No.

ELETTRA DEIANA. E quale sarebbe stato il motivo?

CESARE PUCCI. Quanti omicidi vengono scoperti? Il due per cento? Figuriamoci in una situazione del genere!

ELETTRA DEIANA. Non è normale che militari in un corpo di spedizione dell'ONU si mettano a sparacchiare in questo modo.

CESARE PUCCI. Non volevo nemmeno fare riferimento a questa ipotesi. L'ho riferita solo perché si trattava di un'ipotesi. In realtà non ci sono elementi.

GIULIO SCHMIDT. Quali potrebbero essere i motivi, secondo lei?

CESARE PUCCI. È difficile dirlo. A volte, in un ambiente del genere, scatta una psicosi, una psicologia particolare nei confronti della violenza.

ELETTRA DEIANA. Comunque, quello che è sicuro è che non è stata fatta alcuna inchiesta sulla morte di questi due militari italiani.

CESARE PUCCI. Come no! È stata compiuta un'inchiesta.

ELETTRA DEIANA. Chi l'ha fatta?

CESARE PUCCI. Hanno cercato testimoni. Dobbiamo però immaginare un porto fatiscente, due soldati che corrono lungo il molo. Improvvisamente, partono due colpi da un'altura vicina, che li colpiscono. Dopo qualche ora sono andati a vedere sull'altura, ma non c'era niente. C'è una nave in mezzo all'oceano che se ne va.

ELETTRA DEIANA. Ma l'autopsia ai due militari fu fatta?

CESARE PUCCI. Questo non lo so dire. Credo di no. Furono riportati in patria, ma non so se l'autorità giudiziaria dispose l'autopsia; non lo so, non mi ricordo.

ELETTRA DEIANA. La ringrazio. Ho concluso le mie domande, presidente.

PRESIDENTE. Generale, lei fino a questo momento ci ha detto di non sapere assolutamente nulla; e per molti versi questa sua non consapevolezza è dimostrata dagli atti, come abbiamo visto nel corso del suo esame testimoniale.
Abbiamo, però, una lettera riservata da lei spedita il 21 marzo 1994 - il giorno dopo l'omicidio - al ministro della difesa, al segretario del Cesis, al segretario generale del MAE, al consigliere militare presso la Presidenza della Repubblica, al capo di stato maggiore della difesa, avente ad oggetto: «Somalia - uccisione dei due inviati Rai» e recante la sua firma. Infatti, leggo: «Firmato: generale di corpo d'armata Cesare Pucci; d'ordine, il dirigente responsabile». Tutti i contenuti delle informative - escluse le parti cancellate - sulle quali ci siamo soffermati nel corso di questo esame sono qui riassunti.
Fino a questo momento abbiamo acquisito tale sua dichiarazione (che, ripeto, è veritiera per una certa parte); adesso, però, alla luce di questa lettera, le debbo fare due contestazioni: innanzitutto, se lei ha scritto questa informativa, debbo rilevare che in essa vi è la sostanza delle cose (le modalità dell'accadimento, le ipotesi sui responsabili, e così via); in secondo luogo, questa nota è da lei mandata ad una serie di istituzioni, ma l'unica istituzione che non trovo nell'elenco è l'autorità giudiziaria. Né trovo altra missiva attraverso la quale - separatamente, come pure potrebbe essere possibile - le stesse notizie di reato vengano trasmesse all'autorità giudiziaria. Mi vuol dare una risposta plausibile?

CESARE PUCCI. Sì, la risposta è che...

PRESIDENTE. Che non l'ha scritta lei?


Pag. 36

CESARE PUCCI. La lettera non l'ho scritta io materialmente, ma l'ho firmata.

PRESIDENTE. In genere cerco anche di dare le risposte, come vede.

CESARE PUCCI. L'ho scritta io, presidente. Per quanto riguarda i destinatari, avevo un dovere...

PRESIDENTE. Generale, ho capito che lei aveva un dovere, ma il fatto è che tale dovere si compendia...

CESARE PUCCI. Non ho scritto all'autorità giudiziaria, ma sa quale indirizzo manca? Il comando generale dell'Arma dei carabinieri.

PRESIDENTE. No, le stavo dicendo un'altra cosa. Quando abbiamo spartito le singole informative, lei ha detto che di non aver avuto conoscenza delle notizie in esse contenute. Adesso, ci troviamo di fronte ad una lettera scritta da lei, a meno che lei non l'abbia scritta e si tratti semplicemente di un atto formale.

CESARE PUCCI. No, l'ho firmata.

PRESIDENTE. E allora lei sapeva tutto!

CESARE PUCCI. Sapevo tutto che cosa?

PRESIDENTE. Sapeva tutto. Vuole che gliela legga? «L'uccisione dei due inviati, avvenuta a Mogadiscio nel pomeriggio del giorno 20 marzo non è al momento chiaramente attribuibile. La dinamica dell'agguato ha previsto l'impiego di due autovetture, di cui una ha seguito quella dei giornalisti mentre l'altra li attendeva davanti all'albergo Hamana», e così via. «Al momento si ritiene che possibili matrici dell'attentato siano: fondamentalismo islamico, delinquenza organizzata», eccetera. Insomma, qui c'è ogni elemento utile ad integrare quello che nel vecchio linguaggio procedurale chiamavamo un rapporto di polizia.

CESARE PUCCI. Posso vedere questa informativa?

PRESIDENTE. Prego.

CESARE PUCCI. Presidente, se lei mi dice che tutto quello che sta qui dentro è conosciuto da me, le rispondo che tutte le cose che sono qui scritte sono quelle che io finora ho riconosciuto come da me conosciute.

PRESIDENTE. No, generale.

CESARE PUCCI. Mi dica quale di queste cose ho detto che non era da me conosciuta.

PRESIDENTE. Se vuole le leggo tutto, ma è inutile che stiamo a leggere. Si tratta della prima informativa, del 21 marzo 1994. Prima lei ha detto di non ricordare queste cose.

CESARE PUCCI. E non me le ricordavo; non posso non ricordarmele?

PRESIDENTE. In secondo luogo, come mai non l'ha mandata all'autorità giudiziaria?

CESARE PUCCI. Non lo ricordo. Tra l'altro, non ero io che dovevo mandarla all'autorità; comunque, questo è un altro discorso.

PRESIDENTE. Inoltre, in data 30 luglio 1994, l'ottava divisione del Sismi ha inviato un appunto al direttore del servizio, il generale Siracusa, avente ad oggetto: «Somalia. Presunti traffici di armi».
Si parla di notizie di stampa in relazione a documenti sull'omicidio Alpi-Hrovatin che il 21 marzo 1994 il precedente direttore Cesare Pucci aveva deciso di non inviare al Cesis e al Ministero della difesa; e si chiede di rivedere la decisione. L'appunto dice che il direttore del servizio pro tempore decretò di non inviare l'informativa di cui stiamo parlando.
Nello stesso appunto, si soggiunge: «Sono pervenute altre notizie e, sussistendo


Pag. 37

una tendenza dei media a coinvolgere il Sismi nella vicenda a soli fini scandalistici, tenuto conto che solo motivi temporali non hanno permesso di riproporre al direttore del servizio pro tempore l'opportunità di rivedere la decisione già assunta in precedenza, si ritiene di sottoporre all'approvazione della signoria vostra l'invio delle menzionate lettere traccianti un quadro riepilogativo della vicenda, indirizzate a Cesis e Ministero della difesa-Gabinetto, prima mai informati».
Questa mancata informativa sarebbe determinata, per quel che qui sta scritto, da una sua decisione di non inviare tali notizie.

CESARE PUCCI. Mi scusi, presidente, ma non c'è un contrasto tra quello che si dice qui e la lettera che lei mi ha fatto vedere poco fa?

PRESIDENTE. No, queste sono altre cose.
L'appunto dice: «In relazione alle notizie riportate dai mass media sulla morte in Somalia della giornalista Rai Ilaria Alpi e del tecnico Miran Hrovatin, questa divisione predispose l'appunto n. 17958 del 21 maggio 1994, corredato di lettera per Cesis e Ministero della difesa, che il direttore del servizio pro tempore decretò di non inviare. Sulla tematica in oggetto sono pervenute successivamente», eccetera.

CESARE PUCCI. Probabilmente, non l'ho mandata perché pensavo di dover sviluppare ulteriormente l'argomento. E infatti, se vede, il mittente pensava di presentarla a me. Ma non potendo presentarla a me, la presenta al mio successore; altrimenti questa lettera sarebbe arrivata a me.

PRESIDENTE. Ma perché lei ha deciso di non inviare l'informativa?

CESARE PUCCI. Perché la ritenevo non completa e non appropriata.

PRESIDENTE. Va bene (si fa per dire). Generale, lei ha ricevuto non dico delle pressioni ma dei suggerimenti, delle indicazioni da autorità politiche al fine di non dare un adeguato supporto alle indagini che la magistratura stava già compiendo all'epoca in cui lei faceva parte ancora del servizio?

CESARE PUCCI. Mai avute pressioni di quel genere.

PRESIDENTE. Con riferimento all'omicidio di Ilaria Alpi, s'intende.

CESARE PUCCI. No, mai avuto pressioni.

PRESIDENTE. La parola all'onorevole Motta.

CARMEN MOTTA. Un'ultima domanda.
Generale, all'inizio lei ha detto di essere andato a colloquio diretto con Aidid. È esatto?

CESARE PUCCI. Sì.

CARMEN MOTTA. In che lingua ha parlato?

CESARE PUCCI. In italiano. Aidid aveva fatto la scuola in Italia.

CARMEN MOTTA. La ringrazio.

PRESIDENTE. Se non vi sono altre domande, chiudiamo qui.
Generale, grazie per la sua parziale collaborazione.

CESARE PUCCI. Presidente, la collaborazione è stata totale. Parziali sono i risultati.

PRESIDENTE. Mi riferisco ai suoi ricordi. Comunque, la ringrazio e dichiaro concluso l'esame testimoniale.

La seduta termina alle 24.

Back