XIV Commissione - Mercoledý 14 settembre 2005


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ALLEGATO 1

Indagine conoscitiva sulle iniziative comunitarie per rafforzare la competitività del sistema produttivo europeo, anche alla luce dei crescenti rapporti commerciali tra Europa e Asia.

NUOVA FORMULAZIONE DELLA PROPOSTA DI DOCUMENTO CONCLUSIVO

1. Premessa.
La XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea) ha deliberato, nella seduta del 17 dicembre 2003, di svolgere un'indagine conoscitiva sulle iniziative comunitarie per rafforzare la competitività del sistema produttivo europeo, anche alla luce dei crescenti rapporti commerciali tra Europa ed Asia.
La Commissione ha ritenuto necessario promuovere una riflessione sulle sfide che attendono l'Europa nei prossimi anni, in modo da individuare le iniziative in grado di valorizzare la competitività del sistema produttivo europeo, senza trascurare l'aspetto della tutela dell'impianto economico dell'Unione. In quest'ottica, si è ritenuto di approfondire le questioni connesse ai rapporti commerciali dell'Europa con i partner economici asiatici, al fine di verificare la possibilità di sviluppare un rapporto solido, reciprocamente vantaggioso e paritetico, nonché fondato sul pieno rispetto dei diritti umani.
L'indagine conoscitiva, deliberata nella seduta del 17 dicembre 2003, ha avuto una durata di quindici mesi, si è articolata in 22 sedute ed ha consentito di approfondire le tematiche oggetto del programma mediante le audizioni di 36 soggetti, tra i quali: il Ministro delle politiche comunitarie; il Ministro dell'economia e delle finanze; il Vice Ministro delle attività produttive; il Ministro delle politiche agricole e forestali; di rappresentanti del settore metallurgico; rappresentanti di associazioni di categoria (Confartigianato, CNA, Confcommercio, Casartigiani, CONFAPI, Confesercenti, Comitato per il settore tessile); rappresentanti di associazioni professionali operanti nel settore agricolo (Confagricoltura, CIA, Coldiretti, COPAGRI, UNCI, Confcooperative-Federagroalimentari, AGCI, ANCA-LEGACOOP); rappresentanti di Confindustria; rappresentanti delle associazioni di consumatori; rappresentanti di organizzazioni sindacali; il Presidente della Fondazione Italia-Cina; di rappresentanti la Conferenza dei presidenti delle regioni e delle province autonome e di ANCI, UNI, UNCEM e CO. NORD; il direttore dell'Agenzia delle dogane; rappresentanti dell'ICE e dell'Unioncamere; il Presidente e un componente dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato; il Presidente dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas; rappresentanti dell'ENEL; rappresentanti dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese in Roma; l'ambasciatore della Repubblica dell'India.
A completamento delle audizioni, la XIV Commissione ha svolto un incontro a Bruxelles con il Commissario europeo responsabile per il commercio internazionale, Peter Mandelson, ed una missione in India, dal 2 al 6 maggio 2005, nel corso della quale ha potuto ulteriormente approfondire alcune tematiche emerse nel corso delle audizioni incontrando rappresentanti del Governo e del Parlamento indiano.

2. Alcuni dati sulla situazione economica e sugli scambi commerciali dei Paesi asiatici emergenti.

Come evidenziato nei dati forniti dal Ministro dell'economia e delle finanze Siniscalco,


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nel 2004 i Paesi emergenti dell'Asia hanno fatto registrare un tasso medio di crescita superiore al 7 per cento, con una punta del 9,5 per cento in Cina.
La crescita dovrebbe restare sostenuta anche nel 2005, con una media compresa tra il 6 e il 7 per cento.
Di particolare rilevanza sono anche i flussi di capitale dall'estero. Nel 2004, poco meno della metà dei flussi netti di capitale privato destinati ai Paesi emergenti si sono diretti verso gli emergenti asiatici. In particolare, i flussi di investimenti, sia diretti che di portafoglio, hanno raggiunto i 100 miliardi di dollari.
Il Paese che in questo contesto ha fatto registrare l'andamento più impressionante è sicuramente la Cina, il cui tasso medio di crescita è pressoché raddoppiato in 10 anni (dal 4 per cento del 1994 al 9,5 per cento del 2004). Nello stesso periodo la produttività cinese è aumentata in media del 10 per cento annuo.
Significativa è anche la crescita dell'India, l'altro grande emergente asiatico, pari al 7,3 per cento nel 2004 e a circa il 6 per cento negli ultimi 5 anni.
Secondo i dati pubblicati da EUROSTAT, Il PIL cinese ha raggiunto nel 2004 un valore di 1.326 miliardi di dollari, pari al 12,7 per cento del PIL mondiale (rispetto al 27,3 per cento degli Stati Uniti e al 3,78 per cento dell'Italia).
Il PIL l'India, nel 2004 è stato pari 531 miliardi di euro.
La Cina ha attratto nel 2004 oltre l'80 per cento degli investimenti diretti esteri (IDE) destinati ai Paesi asiatici emergenti. Impressionante è il dato che riguarda gli IDE europei verso la Cina (dati EUROSTAT): nel 2001 lo stock di IDE (dell'UE a 25) in Cina erano pari a 2,2 miliardi di euro; nel 2003 l'ammontare è salito a 22,6 miliardi di euro.
Nello stesso periodo lo stock di IDE europei verso l'India sono aumentati da 0,4 a 6,2 miliardi di euro.
Ancor più impressionanti sono anche i dati relativi ai flussi commerciali cinesi con il reso del mondo che, soprattutto grazie all'entrata nel WTO e al favorevole rapporto di cambio, sono più che raddoppiati dal 2001 al 2004.
Le esportazioni sono cresciute in media del 15 per cento negli ultimi 20 anni, a fronte di una crescita del 13 per cento delle importazioni. Gran parte di questo aumento si è concentrata negli ultimi cinque anni.
Sempre secondo i dati EUROSTAT, nel 2004 le esportazioni cinesi hanno raggiunto i 483,5 miliardi di euro rispetto ai 264,8 del 2000, con una crescita media annua del 16,2 per cento mentre le importazioni ammontano a 407,5 miliardi di euro rispetto ai 220,5 del 2000, con un aumento medio del 16,6 per cento annuo.
In particolare, la quota delle esportazioni cinesi sul totale mondiale è passata dal 5,09 del 2000 al 9,06 per cento del 2004 (le importazioni dal 3,95 per cento al 7,15 per cento).
Anche in questo caso, i dati relativi alla Cina sono significativi se confrontati con quelli, pur apprezzabili, che concernono l'India. Le esportazioni indiane hanno raggiunto nel 2004 63.625 milioni di euro rispetto ai 45 miliardi del 2000, con una crescita media annua dell'8,5 per cento; nello stesso periodo peraltro le importazioni sono passate da 54.072 a 75.601 milioni di euro.
Le esportazioni di beni dalla Cina verso l'UE sono passate da 74,4 miliardi di euro nel 2000 a 126,9 miliardi di euro nel 2004, con una crescita annuale del 14,6 per cento. Nello stesso periodo le importazioni della Cina dalla UE sono passate da 25,8 a 48,1 miliardi di euro, con una crescita media annua del 16,9 per cento.
La quota delle importazioni di beni dalla Cina rispetto al totale delle importazioni dell'UE a 25 è passato dal 7,47 per cento nel 2000 al 12,33 nel 2004 (le esportazioni dell'UE verso la Cina dal 3,01 per cento al 4,99 per cento).
Le esportazione di merci dell'India verso l'UE sono passate da 12,8 a 16,2 miliardi di euro con un aumento medio annuo del 6,6 per cento; le importazioni indiane dall'UE sono aumentato in modo


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più sostenuto, passando da 13,6 a 17 milioni di euro, con un incremento medio annuo dell'11 per cento.
Per quanto riguarda i servizi, nei rapporti con la Cina si registra invece un saldo attivo crescente in favore dell'UE.
Le importazioni di servizi dalla Cina, pari a 4,2 miliardi, nel 2001 (ammontare corrispondente alle esportazioni verso la Cina) sono rimaste al medesimo livello nel 2003, mentre le esportazioni dall'UE verso la Cina sono salite a 5,8 miliardi di euro.
Al contrario, la bilancia dei servizi dell'UE verso l'India si è mantenuta nello stesso periodo negativa: le esportazioni di servizi dell'India verso l'UE sono passate dai 2,7 per cento miliardi del 2000 ai 2,8 miliardi del 2003; le esportazioni dei servizi dell'UE verso l'India sono rimaste inalterate nello stesso periodo (2,6 miliardi di euro).
In seguito all'adesione al WTO, si è verificato anche un mutamento nei settori trainanti delle esportazioni cinesi: in passato l'elemento trainante era l'alta competitività di prezzo di cui beneficiavano le imprese locali nei settori tradizionali (tessile, manufatti a basso contenuto tecnologico); l'adesione al WTO e il conseguente aumento degli investimenti diretti esteri ha consentito di ampliare i settori merceologici di specializzazione, quali quelli relativi all'assemblamento di componenti elettroniche (semiconduttori, computer, telefoni cellulari).
La quota di prodotti ad alta tecnologia prodotti sul totale delle esportazioni mondiali in Cina è salita dal 10 per cento nel 1997 al 25 per cento nel 2003.
Chiari in questo senso sono i dati relativi al commercio tra UE e Cina per tipologia di prodotto.
Nel 2004 l'UE ha importato dalla Cina macchinari per 58258 milioni di euro (rispetto ad esportazioni verso la Cina per 23.018); tessile e abbigliamento per 16.040 milioni di euro (rispetto ad esportazioni verso la Cina per 514 milioni di euro); prodotti chimici per 3.922 milioni di euro (a fronte di 6.967 di esportazioni verso la Cina); prodotti agricoli per 2.808 milioni di euro (rispetto ai 1222 esportati verso la Cina).

3. Il Quadro normativo europeo.

I rapporti commerciali tra i Paesi membri dell'Unione europea e la Cina sono disciplinati nel quadro definito della politica commerciale dell'Unione europea, la quale rientra tra le competenze esclusiva dell'Unione medesima.
La politica commerciale europea verso i paesi terzi, sostanzialmente finalizzata a favorire lo sviluppo del commercio mondiale attraverso l'abolizione progressiva delle restrizioni agli scambi e la riduzione delle barriere tariffarie, prevede altresì meccanismi di tutela, in grado di assicurare il rispetto delle regole di concorrenza tra imprese che operano nel commercio internazionale. Tali misure hanno la finalità di rimuovere gli effetti distorsivi delle operazioni di concorrenza sleale da parte di imprese dei Paesi terzi, ripristinando un'effettiva concorrenza sul mercato comunitario.
In particolare, gli strumenti a tal fine utilizzati dal diritto comunitario fanno essenzialmente capo alle misure antidumping e di salvaguardia.
Le prime vengono adottate allorché siano importati, da parte di imprese di paesi terzi, nell'ambito del mercato dell'UE, prodotti a prezzi inferiori al prezzo di vendita sul mercato d'origine della merce. La procedura, attualmente disciplinata dal Regolamento (CE) 384/96 del 22 dicembre 1996, come modificato dal Regolamento (CE) 461/2004 dell'8 marzo 2004, prevede che la Commissione europea attivi d'ufficio, o dietro presentazione di un ricorso da parte dei soggetti interessati, un procedimento volto ad accertare l'esistenza di un comportamento di dumping. In particolare, affinché si ritenga sussistere tal comportamento devono ricorrere quattro condizioni: il prezzo di vendita del prodotto esportato nel mercato comunitario sia inferiore al prezzo di vendita nel mercato d'origine; si verifichi in conseguenza


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di ciò un rilevante pregiudizio a carico dei produttori comunitari; vi sia un nesso causale tra il pregiudizio ed il dumping; i benefici conseguenti all'imposizione del dazio siano comunque superiori ai costi che ne potrebbero derivare a carico dei consumatori.
Qualora si verifichi la sussistenza di tali condizioni, la Commissione, previa consultazione degli Stati membri, propone al Consiglio l'applicazione di dazi a tutte le imprese esportatrici del Paese da cui proviene la merce in dumping, che riportino il prezzo finale del bene importato al livello dei prezzi vigente nel mercato d'origine della merce, ovvero - qualora possibile - la conclusione di un accordo di prezzo minimo con le aziende produttrici, che abbia effetti analoghi. A seguito della modifica operata dal Regolamento 461/2004, la proposta della Commissione si intende approvata, qualora non sussista una maggioranza di Stati membri che si pronunci per il suo rigetto. Il regolamento che impone il dazio rimane in vigore per cinque anni, a meno che non venga richiesta una procedura di revisione.
Le misure di salvaguardia, invece, vengono attivate in presenza di un grave danno alle imprese comunitarie derivante da sensibili alterazioni del mercato, principalmente causate da improvvisi e consistenti flussi di importazioni, tali da non permettere ai produttori dell'UE di riorganizzare la produzione per contrastarne l'impatto. Le misure di salvaguardia possono essere ordinarie o temporanee. La materia è disciplinata dai Regolamenti (CE) 3285/94 del Consiglio del 22 dicembre 1994 e 519/94 del Consiglio del 7 marzo 1994, che recepiscono le disposizioni in materia di salvaguardie generali previste dall'accordo dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Inoltre, misure di salvaguardia temporanee nei confronti di specifici prodotti sono disciplinate da appositi regolamenti, come ad esempio il Regolamento (CE) 427/2003 del Consiglio del 3 marzo 2003, che detta una normativa speciale nei confronti delle importazioni cinesi, a seguito dell'accordo di adesione di tale paese all'OMC. Anche in questo caso, il procedimento, avviato dalla Commissione europea d'ufficio o dietro presentazione di un ricorso da parte di uno o più Paesi membri, è volto a verificare la sussistenza di tre condizioni: l'incremento improvviso, evidente e rilevante delle importazioni di un determinato prodotto; l'esistenza di una grave crisi attuale o potenziale di un settore produttivo comunitario, conseguente ad un improvviso e sostanziale incremento delle importazioni; i benefici derivanti dalla introduzione del dazio siano comunque superiori ai costi che ne potrebbero conseguire, ad esempio in capo ai consumatori. Accertati tali presupposti, la Commissione, previa consultazione degli Stati membri, decide l'imposizione di dazi o di quote all'importazione nei confronti di un determinato prodotto, al fine di proteggere la produzione comunitaria. In generale, la misura in tal modo adottata viene applicata alle importazioni del determinato prodotto, provenienti da tutto il mondo extra-UE, mentre nel caso di salvaguardia contro la Cina, la misura sarà applicata alle sole importazioni del prodotto provenienti dalla Cina. Le misure in tal modo adottate non possono avere una durata superiore ai quattro anni.

4. Recenti misure di difesa commerciale assunte dall'Unione europea nei confronti della Cina.

A partire dal gennaio 2005, con la scadenza dell'accordo OMC «Multi fibre» relativo ai tessili e all'abbigliamento e la conseguente eliminazione dei contingenti sulle importazioni del settore, è stato registrato un aumento incontrollato delle esportazioni cinesi nel territorio dell'Unione europea.
Tale aumento ha provocato un grande allarme in molti Stati membri dell'UE, spingendo la Commissione a pubblicare il 6 aprile 2005 le linee guida per l'applicazione delle clausole di salvaguardia nei confronti delle importazioni di prodotti tessili e di abbigliamento dalla Cina. Le linee guida, che fanno riferimento alle clausole specifiche per il settore tessile


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previste nel Protocollo di adesione della Cina all'Organizzazione mondiale del commercio, stabiliscono procedure e criteri per l'uso obiettivo e trasparente di procedimenti di salvaguardia.
Su tale base, il 29 aprile 2005 la Commissione ha aperto un'inchiesta sulle importazioni di nove prodotti tessili cinesi. In conseguenza dei risultati dell'inchiesta, il 25 maggio la Commissione ha autorizzato il commissario per il commercio estero, Peter Mandelson, ad avviare consultazioni formali con la Cina in sede di OMC in merito alle importazioni di due dei nove prodotti, vale a dire magliette e filo di lino, che hanno superato la soglia di allerta fissata nelle linee guida.
La questione è stata risolta per via negoziale, a seguito dei ripetuti incontri svoltisi tra il Commissario Mandelson e il ministro cinese per il commercio. Il 10 giugno 2005 l'Unione europea e la Cina hanno infatti concordato un piano che fissa i limiti delle importazioni tessili dalla Cina nel mercato comunitario fino al 2008 per dieci categorie individuate come rilevanti. L'accordo prevede tassi transitori di crescita delle esportazioni cinesi nel territorio dell'UE per il periodo 2005-2007, dopo di che le Parti avranno a disposizione un ulteriore anno per collaborare in modo che gli scambi in questo settore possano avvenire in futuro senza ulteriori interferenze.
Con questo accordo Unione europea e Cina intendono assicurare ai produttori tessili comunitari un congruo periodo per adeguarsi alla situazione; garantiscono una maggiore prevedibilità del mercato per importatori e dettaglianti; preservano la liberalizzazione del mercato e la partecipazione della Cina all'OMC.
L'accordo, che ha preso la forma di un memorandum di intesa tra la Commissione europea ed il Ministero per il commercio cinese sull'esportazione di alcuni prodotti tessili e dell'abbigliamento cinesi nell'Unione europea, sarà sottoposto agli Stati membri dell'UE e alle competenti autorità cinesi per la ratifica.
Al fine di recepire le disposizioni contenute nel memorandum d'intesa, consentendone una rapida applicazione, la Commissione ha adottato il regolamento (CE) 1084/2005 dell'8 luglio 2005, volto a modificare il regolamento (CEE) 3030/93, relativo al regime comune da applicare alle importazioni di alcuni prodotti tessili originari dei Paesi terzi.
I limiti quantitativi fissati nel suddetto memorandum di intesa sono stati tuttavia subito raggiunti per diverse categorie di prodotti, per cui una quantità considerevole di merci, pari a circa 87 milioni di unità, è stata bloccata nel corso dei mesi di luglio e agosto nei porti comunitari, creando forti difficoltà per il commercio.
La Commissione europea e il ministero del Commercio cinese hanno pertanto avviato consultazioni per definire le misure idonee ad ovviare ai problemi in questione. In esito a tale consultazioni, il 5 settembre 2005 è stato stipulato un accordo che modifica il Memorandum d'intesa del 10 giugno sopra richiamato, prospettando l'aumento dei quantitativi per alcune categorie di prodotti e l'introduzione di alcuni meccanismi di flessibilità.
Per dare attuazione all'accordo, la Commissione ha adottato il 12 settembre il regolamento (CE) n. 1478/2005 che adegua i limiti quantitativi applicabili nel 2005 e nel 2006 alle importazioni di taluni prodotti tessili e dell'abbigliamento e prevede quantitativi supplementari per consentire lo svincolo dei prodotti tessili e dell'abbigliamento attualmente bloccati nei porti dell'Unione europea. In particolare, una metà di tali prodotti sarà liberata grazie ad un aumento unilaterale dal lato europeo dei livelli d'importazione per il 2005 mentre l'altra metà sarà dedotta dai volumi contingentati previsti per il 2006 o scambiata contro quote del 2005 non esaurite (segnatamente i tessuti di cotone).
Per quanto riguarda il settore calzaturiero, invece, l'Unione europea ha avviato due procedimenti antidumping: il 30 giugno 2005 sulle importazioni di alcuni tipi di calzature con puntale protettivo originarie della Cina e dell'India; il 7 luglio 2005 sulle importazioni di alcuni tipi di calzature con tomaie di cuoio originarie


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della Cina e del Vietnam. L'obiettivo delle inchieste, che si concluderanno entro quindici mesi dall'apertura, è quello di stabilite se i prodotti in esame siano oggetto di dumping e se tale dumping sia stato fonte di pregiudizio per l'industria comunitaria.

5. Considerazioni generali.

Alla luce dei dati riportati in precedenza, emerge che la Repubblica Popolare Cinese, grazie ad una crescita superiore all'8 per cento annuo negli ultimi anni e, fatto unico al mondo, con un trend costantemente positivo da quasi 25 anni, sembra minare in modo irreversibile la capacità competitiva delle imprese occidentali, incapaci di reggere la concorrenza nella lotta impari contro chi può giovarsi di un costo del lavoro clamorosamente inferiore. Non diversa peraltro è la condizione dell'India, l'altro gigante asiatico che, con una popolazione intorno al miliardo e cento milioni di abitanti, ed un tasso di crescita paragonabile a quello della Cina, si affaccia altrettanto aggressiva sui nostri mercati.
Dalla scadenza dell'ultimo accordo multifibre, che dal 1995 al 31 dicembre 2004 aveva protetto il nostro continente dalla concorrenza delle imprese cinesi, le importazioni di prodotti tessili nel nostro continente e nel nostro Paese sono esplose in maniera vertiginosa, mettendo di fatto in ginocchio i nostri produttori, incapaci di competere con prodotti spesso commercializzati ad un prezzo apparentemente al di sotto del valore stesso della materia prima. Oltre ai dati generali riportati in precedenza ricordiamo, per esempio, che le importazioni cinesi di T-shirt verso la UE, nei primi quattro mesi del 2005 sono aumentate del 187 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, accompagnati da una caduta del prezzo di importazione del 3 per cento. Il filato di lino importato dalla Cina è aumentato invece del 56 per cento, da gennaio ad aprile rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre la produzione europea è diminuita del 25 per cento; identico calo è stato registrato per il giro d'affari, mentre l'occupazione è calata del 13 per cento. Nel primo trimestre del 2005, inoltre, l'importazione di camicie made in China è cresciuta in Europa del 157 per cento, rispetto allo scorso anno.
Il caso più impressionante è comunque quello delle calzature. Secondo i dati della Commissione europea, infatti, da gennaio ad aprile le importazioni dalla Cina sono cresciute di percentuali spettacolari, fino al 700 per cento. Nel frattempo, il monitoraggio della Commissione europea - in un primo momento limitato a nove prodotti tessili - è stato allargato a venti articoli di base. Secondo i dati preliminari forniti dalla Commissione europea su gennaio e febbraio (sulla base dei dati forniti solo da 19 Paesi su 25) tra le categorie candidate a misure di salvaguardia figurano in primis calze e calzini, con uno strabiliante aumento dell'import pari al 5.673 per cento; pantaloni per uomo (+900 per cento); garza medica (+342 per cento); pullover (+210 per cento); golf e pantaloni da uomo (+400 per cento); vestiti da donna (+111 per cento): tutte categorie di prodotti che, in parallelo, fanno registrare forti cali dei prezzi.
Il settore tessile, duramente aggredito da inizio anno, in Italia vede circa 30 mila aziende in crisi, il 45 per cento del totale, con il rischio di perdita di 90 mila posti di lavoro: il 15 per cento degli occupati del settore.
È ormai imminente la commercializzazione della nuova utilitaria prodotta in Cina: la vettura - che sarà in vendita ad un prezzo annunciato intorno ai quattromila euro, optional inclusi - sferrerà un colpo micidiale alle case automobilistiche europee, con conseguenze occupazionali potenzialmente drammatiche.
Politiche a difesa e sostegno della capacità competitiva delle nostre imprese di fronte alla sfida orientale, saranno una priorità strategica per difendere l'economia del nostro continente.
Negli ultimi anni il confronto con il mercato asiatico ha acquisito per l'Europa un significato non soltanto economico ma


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anche sociale e culturale. Sarebbe sufficiente riflettere sul fatto che ad una crescita economica fortissima in paesi come l'India e la Cina - ma anche in altri emergenti, come Vietnam e Corea del sud - non si associa una contemporanea diffusione della ricchezza tra le classi sociali più svantaggiate. Sembrano anzi aumentare i poveri: in India vi sono 680 milioni di persone costrette a vivere con meno di un dollaro al giorno e circa 850 milioni con meno di due; in Cina intorno ai 500 milioni. Non sembra quindi possibile immaginare un confronto compatibile tra i due sistemi economici, quello europeo da una parte e quello asiatico dall'altra, allo stato attuale i rispettivi modelli sociali non sono comparabili.
Questa considerazione tuttavia non solleva la classe politica dall'onerosa responsabilità di intraprendere iniziative che affrontino in maniera seria, efficace e responsabile i mutamenti epocali connessi alla straordinaria crescita dei paesi asiatici ed al conseguente mutare della struttura economica del pianeta.
È da considerare, altresì, la grande opportunità per l'economia europea rappresentata dai mercati asiatici. Ciò è peraltro vero nella misura in cui le attuali regole che governano il commercio mondiale siano considerate e rispettate dai paesi asiatici, in particolare da Cina e India.
L'indagine svolta, attraverso il ciclo di audizioni richiamato in precedenza, ha permesso di focalizzare una serie di elementi significativi: l'auspicio è che da essi si possano fondare le basi per un prossimo rilancio dell'economia europea e di quella nazionale, attraverso il rinvigorimento dei presupposti e delle prospettive della strategia di Lisbona, così come deciso da ultimo dalla Commissione europea.
Dall'indagine conoscitiva è emersa innanzitutto l'esigenza di una tutela dei prodotti e della produzione europea, anche attraverso l'adozione in sede comunitaria di misure rigide a difesa dei lavoratori e delle produzioni nei settori più immediatamente esposti alla crisi economica, come il settore manifatturiero del tessile, calzaturiero e abbigliamento.
A ciò si aggiunge, ed è il secondo aspetto, la necessità di rivedere l'attuale sistema monetario di cambio nell'ambito del quale il renminbi, la divisa cinese, appare eccessivamente svalutata rispetto al suo reale valore, con la conseguente forte facilitazione all'esportazione.
Lo svolgimento delle diverse audizioni ha inoltre consentito, ed è il terzo aspetto, di verificare l'importanza di negoziare con i Paesi principalmente coinvolti nel processo di sviluppo economico dell'Asia - India e Cina appunto - l'applicazione di regole sociali e ambientali che, laddove seriamente applicate, consentirebbero innanzitutto una migliore tutela della popolazione e dell'ambiente, trasformando l'esasperato processo di sviluppo in atto in un responsabile e consolidato ciclo di crescita sostenibile.
La Commissione ha d'altro canto riscontrato, come ulteriore ultimo elemento di riflessione, l'esigenza di indurre i grandi operatori economici, le stesse multinazionali operanti nei diversi settori, a favorire politiche aziendali di sviluppo nelle aree asiatiche, non all'insegna della conquista o della occupazione di - sempre più ampi ma allo stesso tempo circoscritti nel tempo - settori di mercato, quanto piuttosto come investimento nella crescita reale e diffusa di quei paesi. Nello stesso tempo, sempre nella prospettiva di favorire un sistema di concorrenza leale, è stata evidenziata l'assoluta esigenza di una maggiore tutela contro la contraffazione dei marchi e l'imitazione dei prodotti.
Da ultimo, emerge in maniera inequivocabile il forte impatto della crescita industriale asiatica, sia sulla qualità ambientale, sia sull'approvvigionamento delle fonti energetiche (petrolio in primis) e delle materie prime.

6. La difesa di alcuni settori produttivi europei dall'esportazione aggressiva di prodotti provenienti dall'Estremo Oriente.

L'indagine conoscitiva svolta dalla XIV Commissione ha fatto subito emergere


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l'esigenza di intervenire in maniera drastica per limitare i danni dovuti ad una esportazione incontrollata di prodotti cinesi in alcuni settori specifici.
Non c'è alcun vanto, ma solo forse il merito di aver visto prima di altri quello che stava succedendo, nel ricordare che già all'inizio del 2004 la Commissione politiche dell'Unione europea della Camera aveva verificato attraverso le audizioni dei soggetti direttamente interessati, la necessità di un intervento dell'Unione europea volto ad adottare misure di salvaguardia a favore dei produttori del settore tessile nel tentativo di arginare l'invasione di prodotti cinesi nel mercato europeo, all'indomani della scadenza dell'Accordo multifibre. Anzi, l'iniziativa adottata dalla XIV Commissione direttamente nei confronti del Commissario europeo per il commercio internazionale Peter Mandelson - nel corso dell'incontro a Bruxelles svolto il 22 marzo scorso a conclusione del lungo ciclo di audizioni - ha sortito l'effetto di spronare ancora di più, qualora ce ne fosse bisogno, il Commissario europeo a perseguire la linea di un intervento radicale a sostegno delle produzioni europee.
In questo senso, l'adozione delle linee guida da parte della Commissione europea all'inizio del mese di aprile di quest'anno, ha sicuramente costituito un segnale importante, pur forse giunto con alcuni mesi di ritardo. La rilevanza di questo segnale è stata confermata dalla reazione del governo cinese che ha annunciato l'adozione di misure fiscali interne volte a ridurre le esportazioni verso l'Unione europea e verso gli Stati Uniti, a partire dal mese di giugno.
Già peraltro alla scadenza dell'Accordo multifibre, il 1o gennaio di quest'anno, Pechino aveva introdotto un'imposta sull'export, come ricordato dai rappresentanti dell'Ambasciata della Repubblica popolare cinese a Roma nel corso dell'audizione, anche se per un'entità assolutamente irrisoria. L'aumento di questa tassa è poi salito su tutti i prodotti del tessile-abbigliamento in uscita dal Paese, con un esborso a carico delle aziende tessili pari a circa sei renminbi per ogni capo prodotto in Cina e venduto all'estero. Una risposta forse ancora limitata, ma pur sempre significativa, poiché rappresenta la prima adottata dal governo cinese in risposta alle misure assunte in sede europea.
La valutazione di alcuni casi tipici di importazione aggressiva ha inoltre evidenziato come, in queste situazioni, la soluzione più efficace appaia l'istituzione di quote di importazione, essendo l'imposizione di dazi antidumping spesso inefficace a causa dell'esiguità dei prezzi delle merci importate.
La Commissione politiche dell'Unione europea ha potuto quindi riscontrare nel corso dello svolgimento dell'indagine conoscitiva, l'importanza di un confronto sempre più necessario con le aree della Cina e dell'India, rimarcando pur sempre la necessità del rispetto delle regole fissate dall'Organizzazione Mondiale del Commercio. Nel corso dell'indagine è stata accertata infatti l'esistenza di profonde asimmetrie nello sviluppo dei mercati asiatici, in particolare di India e Cina, a cui risulta necessario trovare in tempi brevi una soluzione. Si è riscontrata infatti una discrepanza tra sviluppo economico, crescita esponenziale del PIL e diffusione della ricchezza nelle aree asiatiche. Su questo aspetto peraltro, tutti i rappresentanti dei gruppi in Commissione - intervenuti sempre molto fattivamente nel corso delle audizioni a dimostrazione di un interesse trasversale su tali tematiche - hanno ribadito l'esigenza di un processo di sviluppo omogeneo e non volto a favorire solo alcuni strati sociali rispetto ad altri.

7. La necessità di rivedere l'attuale sistema monetario di cambio.

L'altro aspetto rilevante emerso nel corso dell'indagine conoscitiva, in particolare con l'audizione del Ministro e dell'economia e delle finanze Domenico Siniscalco, è stato quello concernente la situazione relativa al regime di cambio della valuta cinese. È da ricordare, infatti,


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che il tasso di cambio della moneta cinese renminbi o yuan è rimasto invariato per circa dieci anni, essendo stato fissato a quota 8,277 per dollaro. Il regime della parità fissa «agganciata» al dollaro ha fatto sì, tra l'altro, che il deprezzamento di tale moneta si ripercuotesse anche sulla valuta cinese, con conseguente riduzione dei prezzi delle relative merci e significativi effetti sul piano della competitività, in particolare, nei confronti dell'Europa.
Peraltro, tale regime è stato recentemente abbandonato: il 21 luglio 2005, la Banca centrale cinese ha emesso un comunicato nel quale è stato annunciato lo sganciamento della valuta cinese dal dollaro, in quanto da ora in poi «il meccanismo di cambio cinese sarà governato dalla domanda e dall'offerta sulla base di un paniere valutario», nel cui ambito rientrano anche monete quali l'euro e lo yen.
La valuta cinese è stata quindi rivalutata del 2 per cento, passando ad un tasso di cambio di 8,11 yuan per dollaro, ed ha acquistato flessibilità, potendo oscillare dello 0,3 per cento al rialzo o al ribasso rispetto alla parità appena indicata. D'altra parte, sebbene la Banca centrale abbia annunciato che tale «banda di fluttuazione del cambio verrà mutata per adattarsi alle condizioni dei mercati», il medesimo Istituto ha successivamente precisato che la rivalutazione dello yuan del 2 per cento non deve essere interpretata come il primo passo verso ulteriori cambiamenti futuri.
Pertanto, tali modifiche al regime di cambio, seppure significative, non sembrano, neanche a medio termine, in grado di mutare sensibilmente la situazione attuale. Ciò è confermato del resto dalle dichiarazioni del Commissario europeo al commercio Peter Mandelson, secondo il quale non appare prevedibile alcun impatto significativo o immediato della rivalutazione sul commercio internazionale. Si tratta infatti solo di un primo passaggio, ancora lontano dalla definizione di un regime più liberalizzato di cambi del renminbi, che andrebbe realizzato invece in tempi brevi. Sarebbe immaginabile in questo senso l'introduzione di una banda di fluttuazione della divisa cinese che di fatto ne consenta una rivalutazione fino al 10 per cento, con un apprezzamento della moneta che potrebbe avere ripercussioni positive nei mercati internazionali, seppur ancora non decisive. È da considerare infatti che se anche si riuscisse a realizzare questo primo passaggio (unica soluzione praticabile nel breve termine), per consentire allo strumento valutario di incidere nella politica commerciale internazionale bisognerebbe arrivare ad una rivalutazione del renminbi pari almeno al 25 per cento rispetto al cambio attuale. La realizzazione di un sistema di cambio flessibile costituirebbe una tappa fondamentale nella stabilizzazione di quelle aree.

8. L'applicazione delle regole sociali ed ambientali.

La crescita vertiginosa dell'economia cinese rappresenta sicuramente un evento storico al livello mondiale. Non si era mai assistito infatti nella storia economica alla crescita di un paese così grande - attualmente la Cina conta 1.2 miliardi di abitanti circa - in termini così consistenti: 8-9 per cento l'anno, per un periodo continuativo di circa 25 anni. Eppure le ripercussioni sul piano sociale di questa crescita selvaggia sono elevatissime e cominciano ad essere sotto i riflettori della comunità internazionale.
È da ricordare innanzitutto che vi è un'urbanizzazione della Cina che dal 1978 - prima cioè delle riforme economiche avviate da Deng Xiao Ping ad oggi - ha portato quasi la metà della popolazione cinese a trasferirsi nelle città, abbandonando così le campagne: 550 milioni di persone contro i circa 250 di 25 anni fa. Vi è stata inoltre una repentina ridefinizione dei settori produttivi nella distribuzione del PIL. L'agricoltura, che rappresentava il 30 per cento del PIL fino a venticinque anni fa, oggi è esattamente a metà di questa percentuale, cioè il 15 per cento, il che peraltro non impedisce una


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formidabile penetrazione nei nostri mercati anche di prodotti del settore agricolo, uno per tutti il concentrato di pomodoro.
Nonostante questa crescita, peraltro, quasi tutte le aree interessate da questo processo di sviluppo economico mantengono livelli di povertà elevati. La Cina per esempio, come pure l'India, rimane un paese povero, dove oltre la metà della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. L'indagine conoscitiva, e in specie la missione svolta da una delegazione della Commissione in India, ha confermato quanto già emerso nel corso di questi ultimi due anni. In realtà, alla crescita economica di questi mercati non è corrisposta una omogenea diffusione della ricchezza tra i diversi strati sociali della popolazione, anzi per alcuni versi si è addirittura percepito un aumento delle diseguaglianze. Per quanto riguarda la Cina, il cosiddetto coefficiente di Gini - che stima la quantità di ineguaglianza di un determinato fattore all'interno di una popolazione, indicando 0 la perfetta uguaglianza e 100 la totale ineguaglianza - è passato, negli ultimi venticinque anni, da un coefficiente di 25 alla fine degli anni settanta, a quello di 45 di questi ultimi mesi. In particolare proprio nel corso della missione svolta in India, dai dati a confronto dei due Paesi illustrati alla delegazione, è emerso come la Cina risulti oggi essere un paese meno egualitario dell'India dove, malgrado permanga una accesa diseguaglianza ingenerata anche da elementi culturali e religiosi, si assiste almeno limitatamente alla riduzione della forbice nella distribuzione della ricchezza.
A questa difficile situazione economica si aggiunge una grave problematica sociale. Nonostante la normative vigenti nei paesi asiatici - per tutti Cina e India - siano formalmente volte a vietare la diffusione del lavoro minorile, risulta evidente - come sempre più spesso denunciato anche dagli organi di stampa nazionale ed internazionale - una scarsa applicazione del divieto di lavoro minorile, nonché frequenti violazioni dei diritti dei lavoratori. Risultano infatti, per alcuni versi, ancora solo sulla carta le disposizioni normative in materia di legislazione sociale e sindacale, oltre che quelle relative alla definizione di un sistema di assistenza sociale e previdenziale adeguato.
A ciò si aggiunge l'aggravarsi della situazione ambientale di queste aree del mercato asiatico. In particolare l'economia cinese richiede un impiego intensivo di energia, in misura stimata tre volte l'energia impiegata in Europa. Effetti di questa politica sono soprattutto la perdita di circa 700 mila ettari di foreste ogni anno; un elevatissimo inquinamento delle acque urbane pari al 30 per cento; una politica aziendale in generale non rispettosa dei limiti di tutela ambientale posti sul piano internazionale. Si tratta, d'altro canto, di una scelta tipica proprio di Paesi come la Cina. La Banca Mondiale, infatti, ha stimato che il costo di una politica economica più rispettosa dell'ambiente costerebbe alla Cina circa il 10 per cento del suo PIL.
Appare però fin troppo evidente come le imprese occidentali, vincolate a svolgere la loro attività nel rispetto di rigide tutele sociali e ambientali, non siano in grado di competere con concorrenti che operano con l'indubbio vantaggio competitivo dato dal produrre senza rispetto delle regole.
Altrettanto necessario è risultato, peraltro, nel corso delle audizioni svolte dalla Commissione, che le grandi multinazionali si adoperino per realizzare una crescita responsabile e consapevole del proprio fatturato, attraverso l'effettivo rispetto delle norme internazionali in materia sociale. Risulta a volte solo formale, in alcuni contesti produttivi, il divieto di lavoro minorile e il rispetto dell'organizzazione del lavoro secondo gli standard europei in particolare e in generale internazionali. Anche in questo caso, infatti, seppure sulla carta vi è la fissazione di regole che dovrebbero prevedere standard lavorativi tradizionali - limitare la giornata di lavoro ad otto ore, rendere obbligatorio il riposo settimanale, garantire il diritto e non il dovere a svolgere ore di lavoro straordinario adeguatamente retribuite e così via - la prassi risulta quella


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di prevedere ordinarie giornate di lavoro di dodici ore quando non di più, di obbligare lo svolgimento di straordinari retribuiti in maniera ordinaria o addirittura non retribuiti.
Le denunce che d'altra parte pervengono alle associazioni internazionali di tutela dei lavoratori, riportate anche in questo caso dalla stampa nazionale e internazionale, indicano spesso situazioni ancora più gravi a cui è in ogni caso opportuno porre rimedio e, in riferimento alle quali, non appare possibile ignorare le conseguenze. L'indagine conoscitiva ha anzi consentito di fare emergere come elemento di riflessione l'opportunità di utilizzare un marchio di provenienza di prodotti del mercato asiatico per consentire l'individuazione delle aree di produzione e legittimare una scelta dei consumatori fondata sul più ampio numero di informazioni. Una sorta di etichettatura sociale in grado di legittimare un'informazione completa sugli standard lavorativi seguiti da una determinata azienda, piuttosto che un'altra. Non una semplice indicazione di origine, dunque. A questo proposito anzi, alcuni dei soggetti auditi, hanno considerato che la semplice indicazione della provenienza dalla Cina piuttosto che dall'India sia per lo più indifferente per il consumatore, il quale ha per lo più interesse a pagare di meno un prodotto a parità - o quasi - di qualità. Vi sarebbe perciò comunque una scelta precisa degli stessi consumatori nel preferire i prodotti meno costosi, anche nel caso in cui si indicasse il made in China o il made in India, laddove il prezzo dei prodotti fosse minore rispetto a quelli nazionali.

9. L'Estremo Oriente come opportunità.

Non vi è ombra di dubbio, comunque, che la crescita economica dei mercati asiatici rappresenti sicuramente anche un'opportunità per l'Unione europea.
La sterminata popolazione dei paesi dell'Estremo Oriente, comunque avviata verso un progressivo arricchimento - si calcola che già oggi oltre 125 milioni di cinesi abbiano un reddito annuo superiore ai 20.000 USD - sta per diventare un mercato di dimensioni senza precedenti. Nel 2003 i turisti cinesi nel mondo sono stati 20 milioni, entro due-tre anni se ne prevedono 100 milioni.
Le audizioni svolte hanno dimostrato quanto importante sia per le imprese europee, e in particolare per quelle italiane, investire in quei mercati. Per quanto riguarda l'India, nel corso della missione effettuata è stato apprezzato l'imponente sviluppo tecnologico e scientifico, con una particolare attenzione al settore aerospaziale e della cosiddetta ITC, information technology communication.
Più in generale, da alcune audizioni svolte nel corso dell'indagine conoscitiva è emerso che l'allargato insieme di relazioni commerciali, derivante dai nuovi assetti economici mondiali, contiene notevoli opportunità di crescita anche per i Paesi europei, che appare indispensabile cogliere. A tal fine, la transizione storica attuale sembra postulare una riorganizzazione complessiva della divisione internazionale del lavoro, nella quale l'Europa dovrebbe realizzare una trasformazione del proprio modello di specializzazione. In quest'ottica, risorse impegnate in produzioni nelle quali i sistemi produttivi europei tendono a perdere posizioni tradizionali di vantaggio a favore dei paesi emergenti dovrebbero essere riorientate verso specializzazioni nuove, a più elevato contenuto tecnologico, nelle quali i paesi europei possano continuare a vantare una posizione privilegiata. Analogamente andrebbero perseguite politiche che puntino a liberare risorse da destinare alla ricerca ed all'innovazione a livello nazionale ed europeo. Ciò può riguardare, in particolare, i settori degli aerei, treni, telefoni cellulari, strumenti ottici di precisione, biotecnologie, settori in grado di generare domanda presso gli stessi paesi emergenti, i cui elevati potenziali di reddito possono rappresentare un importante volano per la crescita delle economie europee.
Infatti, pensando ad esempio alla Cina, si ricorda che questo paese, come evidenziato


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dai dati riportati in precedenza, ha raddoppiato il proprio prodotto interno lordo negli ultimi dieci anni, fenomeno mai verificatosi prima in un periodo di tempo così breve (gli Stati Uniti lo hanno raddoppiato in circa 37 anni, la Gran Bretagna in 28 anni). Inoltre, su una popolazione di 1 miliardo e 300 milioni di persone, vi è una classe media di circa 400 milioni di persone, che risultano avere uno stile di vita proprio della cosiddetta «società affluente», in grado quindi di acquistare beni di consumo in misura notevole. Si tratta pertanto di un mercato, con una significativa capacità di acquisto, paragonabile a quello di una larga fetta dell'Europa o degli Stati Uniti.
Per raggiungere l'obiettivo di conquistare una parte di tale mercato, risulterebbe prioritario completare la realizzazione nell'Unione di un mercato unico degli scambi, obiettivo ribadito nell'ambito della strategia di Lisbona. Se tale obiettivo risulta sostanzialmente conseguito per quanto riguarda il mercato unico delle merci, molto rimane da fare per la realizzazione di un mercato unico per i servizi. Del resto, se i mercati restano segmentati e nazionali risulta più difficile per i produttori europei raggiungere quelle dimensioni ottimali di offerta, in termini di economie di scala e di produzione congiunta, che consentono di minimizzare i costi unitari di produzione.
Un altro versante sul quale agire appare quello della regolazione, al fine di uniformare nei vari Paesi europei la disciplina dei settori cruciali dei servizi, introducendo un unico disegno regolatorio fortemente orientato ai principi di liberalizzazione, in grado di favorire la creazione di un mercato unico.
La riorganizzazione del modello di produzione dovrebbe orientarsi nel senso di privilegiare l'offerta di beni e servizi di alta qualità - cercando di intercettare la domanda a maggior valore aggiunto proveniente, nel prossimo futuro, sia dai paesi sviluppati sia, soprattutto, da quelli emergenti - e di promuovere condizioni strutturali ed istituzionali idonee a favorire il rinnovamento produttivo e la sua affermazione nei mercati internazionali. A tal fine, sarebbero importanti iniziative a sostegno della conclusione di accordi di produzione e vendita con i paesi emergenti, da parte delle imprese italiane che offrono prodotti di qualità, analogamente a quanto già fatto da altri Stati europei.
Realizzare una parziale delocalizzazione delle produzioni italiane ed europee in Cina - nel senso di trovare possibili combinazioni con il mercato cinese, in modo da produrvi parte di un prodotto da completare, poi, in Italia - fornirebbe la possibilità di riesportare dalla Cina a costi più bassi di quelli che sarebbero possibili realizzando i medesimi prodotti in altre aree del mondo.
Confortanti in questo senso sono state le indicazioni emerse nel corso della missione di una delegazione della XIV Commissione in India, nella quale si è potuto constatare l'impegno del governo indiano a realizzare una politica di sviluppo, volta a promuovere investimenti stranieri nel settore produttivo, senza che questo vada a detrimento dello sviluppo sociale. Durante la missione si è altresì registrata la volontà delle imprese indiane di proseguire la propria attività commerciale nei confronti dell'Europa - che rappresenta il maggior partner commerciale dell'India e il Paese di principale destinazione delle esportazioni indiane - nonché l'impegno dell'industria indiana a migliorare la qualità del prodotto nel rispetto degli standard internazionali.

10. La necessità di una maggiore tutela contro la contraffazione.

Nel corso dell'indagine è emersa la necessità di tutelare i marchi delle grandi griffe internazionali, ed in particolare di quelle italiane.
L'indagine ha consentito, infatti, di evidenziare alcune difficoltà nel controllo della diffusione dei prodotti contraffatti nel mercato europeo, e in particolare in quello nazionale. A questo proposito appare innanzitutto opportuno intensificare il sistema di controlli a livello europeo,


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seppure nei limiti delle rispettive competenze degli Stati membri. L'obiettivo di combattere l'appropriazione indebita di marchi da parte di produttori del mercato asiatico risulta senz'altro una delle emergenze evidenziate dall'indagine conoscitiva, a cui è opportuno dare in tempi rapidi una soluzione significativa.
Altrettanto è apparsa in modo evidente la necessità di armonizzazione a livello europeo dei controlli sulle merci in ingresso nel mercato comunitario: i controlli doganali nei porti dei paesi a forte vocazione commerciale risultano infatti estremamente meno accurati e maggiormente permissivi dei controlli che vengono al contrario effettuati agli accessi dei paesi - come l'Italia - dove ancora è fortemente presente l'industria manifatturiera.
In ogni caso, iniziative comunitarie volte a contrastare la contraffazione di prodotti made in Europe, garantendo l'origine di un prodotto e la sua tracciabilità, sono assolutamente opportune e necessarie, ma rischiano di non risultare del tutto risolutive, dal momento che i paesi emergenti, almeno in molti settori tradizionali, godono di incolmabili vantaggi di costo.

11. Il fabbisogno energetico e le materie prime.

L'indagine ha permesso inoltre di conoscere il grande impatto che lo sviluppo economico dell'Asia avrà sulle fonti energetiche. L'attuale impennata del prezzo del petrolio, oltre 60 USD al barile, corrisponde alla crescita della domanda di energia da parte dell'Asia. Come ricordato nel corso delle audizioni - in particolare dei rappresentanti del settore metallurgico, il 13 maggio 2004 - la stessa Cina sta assecondando l'impetuosità della propria crescita industriale con investimenti nei paesi ricchi di materie prime - Brasile in primis - per garantirsi forniture veloci e regolari. Questa politica ha portato ad un generale aumento dei prezzi delle materie prime a livello internazionale, che in Cina - e nei paesi asiatici - è stato intorno al 45 per cento rispetto ad un paio di anni fa. Dall'indagine conoscitiva è emersa quindi la necessità di affrontare strutturalmente il problema, ricordando che alla Cina - dove, nel primo trimestre del 2004, gli investimenti erano aumentati del 43 per cento, la produzione industriale del 17,7 per cento e il PIL del 9,7 per cento - si aggiunge l'India che, con un PIL in crescita del 7,8 per cento, è la terza potenza asiatica dopo Cina e Giappone.
Una considerazione a parte merita la crescita del costo dell'energia.
L'Unione europea fonda la propria competitività su una energia mediamente più competitiva del 50-60 per cento, rispetto a quella italiana. La nostra industria è energy intensive ma, non avendo energia nucleare e con una produzione di energia elettrica dal carbone soltanto nella misura del 9 per cento, le nostre imprese hanno potuto limitare i danni solo cercando di ridurre i costi energetici interni.
La competitività della Cina può invece basarsi, tra l'altro, su un basso costo dell'energia elettrica: l'80 per cento dell'energia elettrica cinese è attualmente da carbone. Il fabbisogno cinese di energia elettrica si colloca oggi intorno ai 300.000 MW, il 70 per cento dei quali prodotti con centrali termoelettriche. Entro il 2020 si prevede un fabbisogno di 1.000.000 MW, il 70 per cento dei quali saranno prodotti tramite nucleare: basti pensare che la Cina ha già pianificato la costruzione di 22 nuove centrali nucleari nei prossimi quindici anni.
La crisi energetica è però solo uno degli ulteriori aspetti che nel confronto UE-Cina è necessario affrontare, basti ricordare le enormi difficoltà che la cosiddetta guerra del coke provocò alle nostre imprese nel corso dello scorso anno, quando la Commissione dell'Unione europea dovette chiedere a Pechino lo sblocco definitivo delle esportazioni della materia prima, soggette ad un controllo rigido e tale da paralizzare, di fatto, le nostre acciaierie.

12. Conclusioni.

Gli elementi emersi nel corso dell'indagine conoscitiva confermano senza ombra


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di dubbio la dimensione epocale dei mutamenti nella struttura dell'economia mondiale. Lo sviluppo travolgente delle economie asiatiche sposta in modo considerevole il baricentro delle politiche economiche planetarie, con ricadute sociali di portata storica sia nell'oriente che nell'occidente.
Le imprese continentali sono messe in grave difficoltà dalla concorrenza aggressiva e dinamica delle produzioni provenienti da paesi che possono avvalersi di costi di produzione enormemente più bassi. In queste condizioni la competizione sembra essere spesso insostenibile soprattutto nei settori cosiddetti maturi, a basso contenuto tecnologico e di innovazione. L'eventuale scomparsa o delocalizzazione di produzioni dal nostro continente potrebbe comportare gravi problemi occupazionali in tutta Europa, con pesanti conseguenze sociali.
La difesa ed il sostegno della capacità competitiva delle nostre imprese di fronte alla sfida orientale, sono perciò obiettivi strategici per i Governi europei, priorità fondamentali per rilanciare la crescita del continente.
Risulta quindi opportuno che l'Unione europea, attraverso la Commissione europea, si faccia portatrice di una politica commerciale di rigido controllo del rispetto delle regole internazionali, a tutela e difesa della propria economia.
Nel breve termine appare infatti indispensabile l'attuazione di tutte le possibili azioni a protezione delle nostre imprese nei casi di concorrenza sleale. Imposizione di dazi anti-dumping, introduzione di clausole di salvaguardia e, soprattutto, fissazione di quote di importazione: le sole che possono con certezza limitare l'ingresso in Europa di prodotti sui quali, essendo il prezzo di vendita clamorosamente basso, i dazi rischiano di non esercitare il sufficiente effetto dissuasivo.
Appare necessario che la Commissione europea possa attivare con maggiore rapidità questi provvedimenti difensivi: attualmente l'avvio di una procedura anti-dumping richiede non meno di 14 mesi, periodo spesso insostenibile dalle imprese manifatturiere dei settori oggetto di aggressione commerciale. A tal fine, occorre valutare con attenzione anche la possibilità di apportare le appropriate modifiche alla disciplina comunitaria vigente in materia di procedimenti per l'adozione delle misure di difesa commerciale.
Nel medio termine l'Europa dovrà operare affinché lo sviluppo economico dei paesi dell'estremo Oriente si coniughi con una parallela crescita delle tutele sociali, da sempre patrimonio del nostro continente. Il necessario ed auspicato forte dialogo politico ed economico dell'Europa con i paesi asiatici deve essere vincolato al rispetto dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori, nonché delle più elementari regole di tutela dell'ambiente. Parallelamente, contro la contraffazione operata da alcune imprese asiatiche, appare indispensabile un fermo intervento per la difesa dei marchi, in particolare a tutela della genialità del Made in Italy.
In una visione di lungo termine, poi, il nostro continente dovrà sapersi adattare al mutamento epocale degli scenari economici, conseguente alla globalizzazione.
Da un lato dovrà saper interpretare la crescita asiatica non solo come minaccia concorrenziale, ma anche come sconfinata opportunità data da un mercato sempre più ricco e di dimensioni senza precedenti; dall'altro dovrà accettare che alcune attività produttive storicamente presenti nei nostri territori non saranno più economicamente sostenibili, con la conseguente necessità di una profonda riconversione di interi settori produttivi.
Nei prossimi anni infine, l'Asia si porrà di fronte all'occidente come formidabile concorrente anche nel campo delle alte tecnologie: le università indiane e cinesi laureano ogni anno centinaia di migliaia di ingegneri capaci ed intelligenti; decine di migliaia di centri di ricerca elaborano quotidianamente nuovi progetti. Già oggi in uno dei settori tecnologicamente più avanzati, l'aerospaziale, India e Cina si collocano al pari delle altre nazioni tradizionalmente all'avanguardia nel settore.
L'Europa per continuare a competere dovrà assolutamente operare un forte e


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costante intervento a favore dell'innovazione e della ricerca. Il concreto rilancio della strategia di Lisbona (come definito da ultimo dalla Commissione europea con la comunicazione COM/2005/2004 del 15 febbraio 2005) rappresenta un percorso sicuramente condivisibile per la realizzazione di questi obiettivi.
Appare in questo senso evidente la necessità di una aperta e franca discussione in ambito comunitario, sulla verifica della congruenza dell'attuale ripartizione delle risorse finanziarie rispetto agli obiettivi di Lisbona: impegnare oltre il 40 per cento delle finanze comunitarie a sostegno della Politica agricola comune, sembra sottrarre risorse fondamentali al sostegno dell'indispensabile innovazione industriale.
Sul versante europeo, risultano senz'altro condivisibili le decisioni adottate dal Consiglio europeo nella riunione del 22 e 23 marzo scorso, in merito alla necessità di creare un quadro normativo più favorevole alla concorrenza ed alle imprese, perseguendo come obiettivi prioritari la piena occupazione, la qualità e la produttività del lavoro. Infrastrutture più adeguate ed efficienti, maggiore flessibilità e minore burocrazia, sono migliorie indispensabili per rendere maggiormente competitivo il sistema produttivo europeo, nonché per attrarre maggiori investimenti nel nostro continente. In particolare per la nostra nazione appare indispensabile un confronto aperto e senza veti pregiudiziali sull'opportunità di una nuova politica dell'energia, indirizzata alla liberalizzazione ed alla diversificazione delle fonti energetiche, tesa ad una radicale riduzione dell'attuale, insostenibile costo del kilowattora.
La realizzazione di un mercato interno aperto e competitivo anche con l'esterno dell'Europa, appare sicuramente un aspetto rilevante in riferimento all'esigenza di assicurare una maggiore competitività del sistema produttivo europeo rispetto ai mercati asiatici. Come espressamente richiesto dalla comunicazione della Commissione europea, per il rilancio della strategia di Lisbona occorre un coordinamento per la realizzazione di tali obiettivi: è sicuramente condivisibile, in questo senso, l'individuazione - da parte del Governo - del Ministro per le politiche comunitarie, On. Giorgio La Malfa, quale cosiddetto signor Lisbona, proprio con l'incarico di coordinare le attività derivanti dagli obiettivi fissati da tale strategia.
Si ritiene che questo coordinamento non possa limitarsi al solo versante governativo. Come emerso infatti nel corso della missione in India, anche la cooperazione a livello parlamentare appare senz'altro necessaria, in uno scenario sempre più articolato e coinvolgente istanze diverse. In questo senso, quale naturale conseguenza di tale designazione governativa, sembra opportuno individuare una Commissione della Camera dei Deputati che, per la sua naturale vocazione, rappresenti l'organo di coordinamento e di raccordo con il Governo. Sia in conseguenza della designazione assunta dall'Esecutivo, sia per la competenza generale delle diverse politiche comunitarie, la Commissione politiche dell'Unione europea, potrebbe rappresentare in questo senso, l'organo di coordinamento delle attività parlamentari vertenti sul rilancio della Strategia di Lisbona.
Solo il corale coinvolgimento di società ed istituzioni nello sforzo di adeguamento della nostra struttura produttiva al mutato scenario internazionale consentirà al mondo occidentale di superare la formidabile sfida competitiva cui l'Estremo Oriente ci costringe: Governi, Parlamenti, imprese e lavoratori sono chiamati ad un impegno durissimo, che potrà avere successo solo con la piena comprensione del fenomeno, cui questa indagine conoscitiva cerca di contribuire.


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ALLEGATO 2

Disposizioni in materia di tutela della concorrenza nel settore del trasporto pubblico locale. Testo unificato C. 3053 Ferro e abb.

PARERE APPROVATO DALLA COMMISSIONE

La XIV Commissione Politiche dell'Unione europea,
esaminato il testo unificato C. 3053 e abb., recante «Disposizioni in materia di tutela della concorrenza nel settore del trasporto pubblico locale»;
rilevato che l'articolo 2 reca modifiche all'articolo 18 del decreto legislativo 422/1997, con particolare riferimento al regime transitorio ivi previsto, stabilendo, tre le altre cose, la possibilità che: le regioni dispongano di ulteriori proroghe di affidamento fino a un massimo di quattro anni; i servizi di trasporto pubblico regionale e locale possano continuare ad essere prestati dagli attuali esercenti, durante i periodi transitori; la proroga dell'affidamento sia disposta anche ai servizi automobilistici di competenza regionale; i soggetti titolari dell'affidamento dei servizi in house provvedano ad affidare, con procedure ad evidenza pubblica, almeno il 20 per cento dei servizi eserciti a soggetti privati o a società non partecipate dalle regioni o dagli enti locali affidatari, ovvero a cedere, con procedure ad evidenza pubblica, alle medesime società, almeno il 20 per cento del capitale sociale;
considerato che, in base alla giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia, l'appalto di servizi e l'affidamento delle concessioni di servizi deve avvenire nel rispetto delle norme e dei principi contenuti nel Trattato CE, e in particolare del principio della pubblicità e della messa in concorrenza dei contratti;
tenuto conto che tali principi, previsti in via generale dalle disposizioni di cui agli articoli 43 e 49 del Trattato CE, in materia di libera prestazione dei servizi e di libertà di stabilimento, sono esplicitati nelle regole specifiche di cui alle direttive 2004/17/CE, relative alle procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto nonché degli enti che operano nel settore delle telecomunicazioni, e 2004/18/CE, relativa all'aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi;
osservato altresì che l'articolo 6 reca misure di carattere finanziario finalizzate a garantire investimenti nel settore del trasporto pubblico locale, autorizzando, tra l'altro, le regioni a compiere operazioni volte ad effettuare investimenti per la realizzazione, il miglioramento e la valorizzazione delle autostazioni, la sostituzione di autobus destinati al trasporto pubblico locale e l'acquisto di altri mezzi di trasporto pubblico di persone, anche attraverso la concessione di contributi statali, mentre l'articolo 11 concede agevolazioni fiscali alle aziende operanti nel trasporto pubblico locale;
rilevato che gli articoli 87 e 88 del Trattato istitutivo della Comunità europea vietano in via generale gli aiuti pubblici che, favorendo determinate imprese o produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza, incidendo sugli scambi tra gli Stati membri, e disciplinano le relative procedure di controllo comunitarie, prevedendo in particolare che gli Stati membri presentino alla Commissione i progetti diretti ad istituire o modificare aiuti, affinché essa possa esprimere le proprie osservazioni (articolo 88, paragrafo 3);


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esprime

PARERE FAVOREVOLE

con la seguente condizione:
è necessario formulare gli articoli 6 e 11 del testo unificato in modo da subordinare espressamente l'erogazione delle agevolazioni ivi previste alla previa autorizzazione della Commissione europea ai sensi della disciplina in materia di aiuti di Stato di cui agli articoli 87 e 88 del Trattato istitutivo della Comunità europea;
e con la seguente osservazione:
valuti la Commissione di merito l'opportunità di verificare se le disposizioni di cui all'articolo 2, capoversi 3-ter, 3-quater, 3-quinquies e 3-sexies, siano compatibili con i principi in materia di libera prestazione dei servizi e di libertà di stabilimento di cui agli articoli 43 e 49 del Trattato CE, e in particolare del principio della pubblicità e della messa in concorrenza dei contratti, nonché della normativa relativa agli appalti pubblici di servizi.